ONCOLOGIA e ONCOEMATOLOGIA: “Collaborazione e comunicazione per garantire innovazione e sostenibilità al servizio del paziente”

ONCOLOGIA e ONCOEMATOLOGIA

26 novembre 2020 – L’attuale pandemia Covid-19 ha fatto comprendere come il sistema salute negli ultimi anni sia stato continuamente depauperato di mezzi e risorse, volendo mantenere il paziente al centro del sistema, tutto deve essere volto per garantirgli un beneficio in termini di salute e di vita. Tra le innumerevoli innovazioni terapeutiche in oncologia e oncoematologia durante gli ultimi anni si è arrivati ad individuare il BCMA e la sua azione nello sviluppo del mieloma multiplo, svolta decisiva nel trattamento dei pazienti refrattari: l’antigene di maturazione delle cellule B (BCMA), infatti, si è rivelato un bersaglio ideale per l’immunoterapia target del mieloma multiplo. Ma le speranze nell’innovazione devono conciliarsi con la sostenibilità dei sistemi sanitari che in tutto il mondo vedono diminuire gli investimenti nella salute. Per fare il punto sullo stato dell’arte in Regione Emilia-Romagna, Motore Sanità ha organizzato il secondo di tre webinar dal titolo “FOCUS GOVERNANCE DELL’INNOVAZIONE IN ONCOLOGIA E ONCOEMATOLOGIA”, che ha visto confrontarsi pazienti, clinici, industria e istituzioni, realizzato grazie al  contributo incondizionato di GLAXOSMITHKLINE e DAIICHI SANKYO.

“Gli straordinari progressi della medicina di precisione, che comprende terapie a bersaglio molecolare,  immunoterapie e terapie geniche e cellulari hanno un impatto fortemente positivo sulla cura dei pazienti che soffrono di neoplasie ematologiche, tra cui il mieloma multiplo. Non vi è dubbio, tuttavia, che le nuove frontiere della medicina di precisione in ematologia oncologica ci obbligano ad aiutare paziente e famiglia a comprendere e gestire l’impatto psico-sociale delle decisioni di trattamento. Questo richiede l’implementazione di Ambulatori di Cure Palliative/Supportive Precoci, che si affianchino agli Ambulatori Tradizionali Ematologici, per costruire un  Modello Nuovo di Assistenza Integrata, ancora negletto nel nostro Paese, che si realizza all’ interno dell’Ospedale, ed è offerta ai pazienti ed al loro «caregiver», in una fase molto precoce del percorso di cura. Le Cure Palliative/Supportive Precoci permettono di costruire in modo anticipato, una relazione di comunicazione medico-paziente e «caregiver» di lunga durata e profonda, in cui sono discusse e rivalutate, durante la traiettoria di malattia, la diagnosi di malattia avanzata, durante le fasi di cura e successiva ricaduta, la prognosi, la possibilità di ricorrere a successive linee di terapie «standard» o sperimentali oppure di astenersi dalle terapie attive e potere, viceversa, ricevere terapie palliative e di supporto, capaci di ridurre ed eliminare il dolore, i sintomi fisici e psicologici,  la sofferenza e di allungare una periodo di vita di qualità,  con consapevolezza”, ha detto Mario Luppi, Direttore SC Ematologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico di Modena, Past President Società Italiana di Ematologia  Sperimentale

“Negli ultimi decenni si è posto in maniera sempre più preponderante il governo dell’innovazione in ambito oncologico  ed ematologico. Ciò è dovuto da un lato ai bisogni largamente insoddisfatti in diverse condizioni e setting di patologie onco ematologiche e dall’altro alla possibilità di avere sempre più precocemente farmaci con dati scientifici non definitivi pur tuttavia seppur preliminari, molto promettenti. Il progressivo sviluppo conoscitivo delle caratteristiche clinico-biologiche dei vari tumori ha prodotto e produrrà, sempre di più in futuro, entità tumorali tra il raro ed il molto raro. Ciò comporterà l’impossibilità di avere studi clinici scientificamente e metodologicamente di qualità alta al momento della disponibilità del farmaco o della sua immissione in commercio. Per cui il SSN e i SSR dovranno attrezzarsi a far sì che la Real life possa trasformarsi in uno studio osservazionale prospettico al fine di completare il resto di sviluppo di questi farmaci per poter attribuire loro il reale valore terapeutico ed economico. Affinché la Real life diventi un’attività assistenziale non solo finalizzata alla cura del malato ma anche al progressivo aumento delle conoscenze è necessario ed indispensabile che i professionisti dei vari centri oncologici ed ematologici facciano parte di una rete integrata costituita da supporti (informatizzazione comune) condividendo raccomandazioni, linee guida e le attività di ricerca Clinica”, ha spiegato Giuseppe Longo, Direttore SC Medicina Oncologica Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico di Modena,  Coordinatore clinico Gruppo Regionale Farmaci Oncologici, Regione Emilia-Romagna

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Ictus: “Indispensabile prevenzione primaria dei fattori di rischio quanto tempestiva e corretta diagnosi di patologie correlate”

Ictus

27 novembre 2020 – La Stroke Alliance for Europe (SAFE) ha stimato come, già nel 2017, l’impatto economico dell’ictus nell’Unione europea ammontasse a 60 miliardi di euro, con un fortissimo sbilanciamento dei costi a favore di ospedalizzazioni d’emergenza, trattamenti in acuzie e riabilitazione, e potrebbe arrivare a 86 miliardi di euro nel 2040. In Italia l’ictus è oggi la prima causa di disabilità, con un elevato livello di perdita di autonomia e un progressivo percorso di spesa per cure riabilitative ed assistenza con un carico economico gravoso sui pazienti ed i propri familiari. La combinazione di questi fattori rende indispensabile un’azione decisa verso la prevenzione dell’insorgenza dell’ictus, che intervenga tanto sui fattori di rischio quanto sulla tempestiva e corretta diagnosi di patologie correlate all’ictus. Di tutto questo si parlerà durante il webinar ‘Strategie sanitarie di prevenzione dell’ictus: come ottimizzare la prevenzione per una popolazione più sana’, organizzato da Motore Sanità in collaborazione con Cattaneo Zanetto & Co, e realizzato grazie al contributo incondizionato di Bristol Myers Squibb e Pfizer e che si terrà oggi, venerdì 27 novembre 2020 alle ore 11.00.

Queste le parole di Valeria Caso, Dirigente Medico presso la S.C. di Medicina Interna e Vascolare – Stroke Unit, Membro del  Direttivo della World Stroke Organization e dell’Osservatorio Ictus Italia “L’ictus cerebrale, nel nostro Paese, rappresenta la terza  causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Quasi 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei  superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. Inoltre, il costante invecchiamento demografico potrebbe inoltre alimentare un incremento dell’incidenza del 30% tra il 2015 ed il 2035 per cui è importante investire sull’implementazione delle cure e la prevenzione anche per evitare che il sistema non regga. Informare sull’impatto economico dell’ictus (nell’UE 45 miliardi di euro nel 2016), con un fortissimo sbilanciamento dei costi a favore di ospedalizzazioni d’emergenza, trattamenti in acuzie e riabilitazione. Il  carico economico risulta inoltre particolarmente gravoso anche sui pazienti e i propri familiari: in Italia l’ictus è oggi la prima causa di  disabilità, con un elevato livello di perdita di autonomia e un progressivo percorso di spesa per cure riabilitative e assistenza.  Importante intervenire sulla prevenzione primaria dei fattori di rischio e sulla tempestiva e corretta diagnosi di patologie correlate all’ictus, come ricorda il report pubblicato dall’Economist Intelligence Unit, una ricerca sulle politiche e gli investimenti nella prevenzione dell’ictus, comprese le risorse per le campagne di sensibilizzazione, educazione della popolazione e di screening. Per comprendere meglio le differenze organizzative a livello europeo, la ricerca è stata condotta in cinque paesi: Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito. La ricerca è basata su un sondaggio di 250 stakeholders europei che includono associazioni dei pazienti colpiti da ictus, politici e sanitari coinvolti nella prevenzione. Il report è stato revisionato a livello italiano da me. Le istituzioni possono incidere con un lavoro su quattro ambiti: 1 – sensibilizzazione sui fattori di rischio dello stroke e la loro possibile gestione per informare correttamente la popolazione. Ad esempio, la fibrillazione atriale, a cui diversi studi riconducono circa il 25% dei casi di ictus, ancora troppo frequentemente viene diagnosticata solo all’insorgere dell’evento cardiovascolare maggiore. 2 – potenziamento delle figure professionali del mondo sanitario, (istituzione dell’infermiere di famiglia, impegno per i medici di medicina generale). 3 – promuovere l’implementazione delle linee guida cliniche per la prevenzione dell’ictus, aumentando la comunicazione sulle best practices, evidenziando gli interventi chiave come la gestione della pressione sanguigna e altre azioni preventive e assicurando l’accesso alle terapie. 4 – sostegno per le tecnologie digitali, garantendo la disponibilità e l’accesso per operatori sanitari e pazienti, da un lato con maggiori investimenti e dall’altro con modalità di utilizzo definite”.

“Da oltre 20 anni la nostra Associazione A.L.I.Ce. Italia è impegnata nella lotta contro l’ictus cerebrale, patologia che, nel nostro Paese, determina un pesante carico di morbilità, mortalità e disabilità, ma che è evitabile, grazie ad una attenta prevenzione e alla conoscenza dei fattori di rischio modificabili, e curabile, grazie ad un tempestivo riconoscimento dei sintomi e al ricorso al 112 per essere trasportati nelle Unità idonee al Trattamento Neuro vascolare (Stroke Unit). Le nostre campagne di informazione e sensibilizzazione sono rivolte  alla popolazione perché possa effettuare scelte sempre più consapevoli in materia di salute e, con l’empowerment e il coinvolgimento dei cittadini e di tutta la comunità, siano adottati stili di vita sani, con elevato standard di qualità, di recupero e di produttività (laddove possibile), in modo che la malattia non costituisca più un ostacolo al benessere e allo sviluppo socioeconomico di chi ne è colpito e del suo nucleo familiare/caregiver. La nostra attività di awareness è focalizzata, oltre che su post-ictus e fase di riabilitazione, anche e soprattutto a trasmettere ai cittadini quelle poche e semplici indicazioni che sono fondamentali per la prevenzione dell’ictus cerebrale: modificare il proprio stile di vita, curando alcune patologie che ne possono essere causa, significa mettere in atto una prevenzione attiva alla portata di tutti, realizzando tutte le strategie necessarie per evitare questa patologia e le sue conseguenze spesso drammatiche. Sebbene la peggior prognosi delle malattie non trasmissibili (e croniche), quali l’ictus, si verifichi nelle fasce di età più elevate, l’esposizione ai fattori di rischio ha inizio fin dall’infanzia e continua per l’intera esistenza. Appare quindi evidente e più che opportuno, per ridurre il carico assistenziale, sociosanitario ed economico che ne deriva, mettere in atto, a vari livelli e in multi-cooperazione, interventi di promozione della salute, misure legislative e regolatorie, equo accesso a servizi, farmaci e dispositivi, formazione, monitoraggio, valutazione e ricerca che coinvolgano tutti gli stakeholders istituzionali, scientifici e no, appartenenti a tutti i settori, compreso il mondo del welfare”, ha detto Nicoletta Reale, Presidente Federazione ALICe Onlus ODV – Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale

“L’emergenza COVID-19 ci ha insegnato quanto sia importante prendersi cura delle malattie croniche e quanto queste impattino sulla prognosi dei pazienti con questa malattia. Circa ¾ dei deceduti COVID-19 avevano 3 o più malattie croniche e tra queste molto comuni erano le malattie cardiovascolari come fibrillazione atriale (presente in circa il 25% dei deceduti), presenza di ictus pregresso (circa 10% dei deceduti) e pressione arteriosa (oltre il 60% dei deceduti). Prevenire e ottimizzare il trattamento di queste malattie è fondamentale al fine di ridurre l’impatto dell’ondata epidemica. L’epidemia ci ha insegnato che è fondamentale ripensare e semplificare l’accesso alle cure per malattie croniche. Nella fase di picco epidemico a marzo-aprile, l’accesso in ospedale a pazienti con malattie diverse dal COVID-19 è stato molto ridotto e decine di migliaia di visite ambulatoriali per malattie croniche sono state cancellate. Le soluzioni tecnologiche (per es. televisita) sono fondamentali per favorire un accesso a cure semplificate, soprattutto nella popolazione con maggiori difficoltà e maggior rischio per malattie croniche (ictus) come gli anziani”, Graziano Onder, Direttore Dipartimento malattie cardiovascolari, Istituto Superiore di Sanità

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Causa Covid rallentamento degli screening oncologici programmati e degli esami diagnostici: nei prossimi 5 anni previsti 3-4mila morti in più per cancro

Causa Covid

Secondo l’Osservatorio nazionale di screening 1 milione e 400mila esami sono stati annullati a causa del Covid e dovranno essere riprogrammati.

L’appello degli oncologi: «C’è il tempo per recuperare ed è un impegno che dobbiamo prendere tutti nelle nostre Regioni attraverso le Reti, le iniziative e il confronto costante».

Il Covid è una minaccia per l’assistenza ai pazienti oncologici. Gli esperti non escludono la possibilità che ci siano danni futuri per quanto riguarda la perdita di chance di cura a causa del rallentamento degli screening avvenuto a livello globale. Secondo l’Osservatorio nazionale di screening un milione e 400mila esami di screening sono stati annullati e dovranno essere riprogrammati, mentre la rivista scientifica The Lancet riporta una fosca previsione degli epidemiologi, che nei prossimi 5 anni ci siano 3-4 mila morti in più per cancro. Di fronte a questo scenario, il paziente oncologico continua le cure, l’innovazione in oncologia cavalca anche questa seconda ondata pandemica garantendo nuovi farmaci e tecnologia all’avanguardia e il Covid insegna che anche il futuro dell’oncologia, come per le altre specialità, non sarà più come prima per quanto riguarda l’approccio del paziente, il follow up e la giustizia distributiva dei farmaci, implicando la necessità di un coordinamento nazionale dei punti fondamentali di offerta dell’assistenza al malato oncologico. Sull’attività di screening e le possibili strategie per recuperare in oncologia il tempo perduto a causa della pandemia si sono confrontati durante l’incontro “Talk webinar. Reti Oncologiche” organizzato da Mondosanità, organizzato con il contributo incondizionato di Bristol Myers Squibb già partner del progetto ONCORETE appena conclusosi, di cui questo Talk webinar era il momento finale di condivisione con il pubblico, tre esperti in campo oncologico, Paolo Pronzato, Coordinatore DIAR di Oncoematologia della Regione Liguria, Vincenzo Adamo, Direttore Oncologia Medica AO Papardo-Messina, Coordinatore della Rete Oncologica Siciliana (Re.O.S.) e Rossana Berardi, Direttore della Clinica Oncologica UNIVPM-AOU Ospedali Riuniti di Ancona.

L’oncologia durante l’emergenza sanitaria mostra uno scenario diversificato da regione a regione, a seconda dell’incidenza dell’epidemia. La maggior parte dei centri ha continuato con le terapie farmacologiche, seppur quantitativamente inferiori, buona parte degli interventi chirurgici oncologici sono stati procastinati se non urgenti, i follow up sono stati per lo più effettuati tramite consulto e le tecnologie più utilizzate sono state telefonate e WhatApp al di là delle rendicontazioni delle prestazioni, l’attività di screening programmato e quella diagnostica ha risentito di pesanti rallentamenti in alcune regioni, in altre ha cercato di mantenere i suoi ritmi nonostante le difficoltà organizzative.

In Liguria, un terzo dei posti letto sono occupati da pazienti Covid e, come in altre regioni, gran parte delle risorse del sistema sono dedicate a questi pazienti sottraendole ad altre funzioni come quella dell’assistenza ai pazienti oncologici. “Per quanto riguarda l’oncologia – dichiara il dottor Paolo Pronzato – per fortuna il sistema ha tenuto per l’avvio e la prosecuzione di terapie mediche e oncologiche ma, come è accaduto in tutto il mondo, c’è stato un rallentamento sia degli screening programmati, e può essere accaduto perché l’offerta diminuiva o perché le persone avevano paura di recarsi presso le strutture dedicate, sia della diagnostica, per cui si riscontra una riduzione del numero degli interventi per tumore primitivo. Seppur nei mesi estivi abbiamo recuperato parte dell’attività arretrata della primavera, è chiaro che è stato perso del tempo ed è necessario recuperarlo e fare in modo che lo screening prosegua anche ora”.

A titolo di esempio, tre azioni sono state messe in campo per le pazienti con cancro metastatico: garanzia di accesso alle cure intensive in caso di infezione e malattia da Covid, la protezione della sperimentazione clinica e l’organizzazione di percorsi particolari e aree di ricovero dedicate a pazienti oncologiche risultate asintomatiche o paucisintomatiche per Covid.

Nelle Marche nella prima ondata pandemica le oncologie non si sono mai fermate per le terapie salvavita, ma nel 93,5% dei casi hanno dovuto riorganizzare la loro attività. “Oggi la situazione è migliore rispetto alla scorsa primavera e questo ci permette di mantenere tutte le attività, come gli interventi chirurgici e le procedure diagnostiche – spiega la dottoressa Rossana Berardi -. Lo screening ci permette di fare diagnosi precoci e ha un impatto sulla vita delle persone, per cui è auspicabile che tutto ciò che è stato perso possa essere rapidamente riprogrammato e che le Regioni non si fermino in questa attività importantissima”.

Anche una parte della ricerca clinica mondiale è andata in sofferenza. “Nei mesi passati – aggiunge Berardi – c’è stata la difficoltà a portare avanti protocolli di ricerca e penso al Progetto europeo sul mesotelioma e l’immunoterapia che ha avuto attualmente un blocco per l’impossibilità dei pazienti di raggiungere la sede di Rotterdam che era una parte integrante al percorso di cura. Abbiamo bisogno di fare rete con le istituzioni per garantire anche questa parte”.

In Sicilia lo screening ha risentito di un rallentamento perché le persone hanno rifiutato di andare in ospedale per sottoporsi ai controlli. “Questo problema è stato tamponato grazie ad una serie di iniziative di prevenzione che sono nate spontaneamente nei maggiori ospedali della regione – spiega il dottor Vincenzo Adamo -, mentre per quanto riguarda le cure non c’è stato nessun rallentamento e anche sull’aspetto della chirurgia primaria gli interventi sono andati avanti. Sono convinto che c’è il tempo per recuperare il tempo perduto: in sei mesi certi tipi di tumore, che possono essere sfuggiti ad uno screening, sono recuperabili. Questo è un impegno che dobbiamo prendere tutti nelle nostre Regioni, attraverso le reti, le iniziative e confrontandoci con i colleghi impegnati nell’attività di screening”.

È necessaria una Rete oncologia nazionale delle Reti oncologiche, che garantisca lo scambio di best practice e di dati al fine di una migliore programmazione; per concordare le azioni al fine di assicurare l’innovazione in tempi rapidi; per implementare l’azione sulla medicina territoriale al fine di accompagnare la trasformazione della presa in carico dei pazienti oncologici verso la cronicità, compresa la territorializzazione di alcune terapie; per coordinare al meglio gli studi scientifici; per creare proposte per una implementazione della telemedicina in oncologia; per favorire per alcuni pazienti un follow-up di primo livello a carico del medico di medicina generale e per favorire la territorializzazione della diagnostica di primo livello anche in oncologia a partire dal l’implementazione degli screening. 

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Telemedicine R-evolution: ‘Stop alla tecnologia per pochi eletti, necessario garantire assistenza a tutti i pazienti a livello nazionale’

Telemedicine R-evolution

24 novembre 2020 – In Italia, in epoca Covid, è emerso il grave ritardo nella riforma dei servizi territoriali mostrando la necessità indifferibile di spostare il fulcro dell’assistenza dei malati cronici dall’ospedale al territorio, necessità che si acuisce in alcune Regioni rispetto ad altre. È arrivato il momento di vedere la telemedicina come investimento per il Sistema Sanitario e non un costo e del suo potenziale impatto sulla società e sulla salute. Per fare in modo che l’adozione della telemedicina nella presa in carico del paziente cronico, e nello specifico della persona con diabete, non sia più appannaggio di pochi eletti, ma una realtà concreta per tutti i pazienti che ne possono trarre beneficio, è nato il progetto Telemedicine R-evolution, avviato lo scorso luglio, voluto da Roche Diabetes Care e realizzato in collaborazione con Mondosanità, di cui si è fatto il punto nel Webinar ‘TELEMEDICINE R-EVOLUTION – TELEMEDICINA E GESTIONE DEL PAZIENTE CRONICO NELL’ERA COVID-19: COME È EVOLUTA LA SITUAZIONE IN QUESTI 6 MESI E COSA CI ATTENDE’.

“Il Servizio Sanitario Nazionale dall’inizio dell’emergenza sanitaria da COVID-19 ha cercato di mettere in atto strategie nuove per riuscire a contenere non solo i danni derivati direttamente dal nuovo coronavirus. Il SSN è chiamato anche al massimo impegno per evitare il più possibile che le misure contenimento del contagio, limitando l’accesso di persona ad alcune prestazioni sanitarie, abbiamo effetti negativi sulla tempestività della diagnosi e sull’andamento della terapia di malattie croniche, oncologiche, malattie rare e disabilità. Sappiamo che i ritardi di erogazione delle necessarie attività sanitarie sono in grado potenzialmente di causare gravi conseguenze sulla salute delle persone. Quindi, Il Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato due Rapporti ISS COVID-19 sulla Telemedicina, di cui uno iniziale con indicazioni per rendere rapidamente operativi servizi domiciliari in Telemedicina per l’assistenza primaria ( https://tinyurl.com/yb62nocz  ) e uno più recente dedicato alle modalità per ottimizzare l’uso della Telemedicina in Pediatria (Telepediatria https://tinyurl.com/y6ef8qwj ). Altri Rapporti ISS COVID-19 dello stesso Centro Nazionale sono in fase di elaborazione. In questa serie di pubblicazioni viene posta particolare attenzione alle concrete possibilità assistenziali disponibili in Telemedicina, mostrando quanto sia fondamentale utilizzarle correttamente per garantire il più possibile la continuità di cura nel periodo di emergenza, ma anche successivamente. Le prestazioni e i servizi in Telemedicina non possono però essere improvvisati e vanno forniti prioritariamente attraverso quelle tecnologie digitali e di telecomunicazione computer assistite che siano in grado di offrire le migliori opportunità operative rispetto all’uso delle tecnologie precedenti. Inoltre, affinché i sistemi di Telemedicina funzionino nella pratica quotidiana è fondamentale realizzarli sulla base delle reali necessità individuali dei pazienti e sulle caratteristiche dell’area geografica interessata. Occorre utilizzare in modo coerente su tutto il territorio nazionale modelli e pratiche scientificamente validati, in modo coordinato”, ha dichiarato Francesco Gabbrielli, Direttore Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità

Come è stato evidenziato dal periodo di pandemia da Coronavirus, la stretta collaborazione tra Pubblico e Privato è fondamentale per costruire un Servizio Sanitario Nazionale che sia orientato a garantire universalismo, uguaglianza  ed equità per almeno altri 40 anni, in cui la telemedicina rappresenta uno strumento per innovare in medicina e garantire qualità di assistenza a tutti i cittadini.

“I pazienti fragili e i malati cronici come le persone con diabete e rispettivi caregivers, convivono quotidianamente con una condizione estremamente complessa, sono milioni le persone in Italia che oggi sono fortemente a rischio e chiedono di essere aiutate, anche nella gestione in sicurezza e a distanza, laddove possibile. Per questo abbiamo deciso da una parte di avviare questa attività di sensibilizzazione e dall’altra di investire in innovazione digitale e nello sviluppo di servizi e soluzioni che possano  migliorare la qualità di cura, nonché allungare le aspettative di vita dei pazienti.” ha spiegato Rodrigo Diaz de Vivar, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care Italy S.p.A.

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Telemedicine R-evolution: ‘Stop alla tecnologia per pochi eletti, necessario garantire assistenza a tutti i pazienti a livello nazionale’

Telemedicine R-evolution

24 novembre 2020 – In Italia, in epoca Covid, è emerso il grave ritardo nella riforma dei servizi territoriali mostrandola necessità indifferibile di spostare il fulcro dell’assistenza dei malati cronici dall’ospedale al territorio, necessità che si acuisce in alcune Regioni rispetto ad altre. È arrivato il momento di vedere la telemedicina come investimento per il Sistema Sanitario e non un costo e del suo potenziale impatto sulla società e sulla salute. Per fare in modo che l’adozione della telemedicina nella presa in carico del paziente cronico, e nello specifico della persona con diabete, non sia più appannaggio di pochi eletti, ma una realtà concreta per tutti i pazienti che ne possono trarre beneficio, è nato il progetto Telemedicine R-evolution, avviato lo scorso luglio, voluto da Roche Diabetes Care e realizzato in collaborazione con Mondosanità, di cui si è fatto il punto nel Webinar ‘TELEMEDICINE R-EVOLUTION – TELEMEDICINA E GESTIONE DEL PAZIENTE CRONICO NELL’ERA COVID-19: COME È EVOLUTA LA SITUAZIONE IN QUESTI 6 MESI E COSA CI ATTENDE’.

“Il Servizio Sanitario Nazionale dall’inizio dell’emergenza sanitaria da COVID-19 ha cercato di mettere in atto strategie nuove per riuscire a contenere non solo i danni derivati direttamente dal nuovo coronavirus. Il SSN è chiamato anche al massimo impegno per evitare il più possibile che le misure contenimento del contagio, limitando l’accesso di persona ad alcune prestazioni sanitarie, abbiamo effetti negativi sulla tempestività della diagnosi e sull’andamento della terapia di malattie croniche, oncologiche, malattie rare e disabilità. Sappiamo che i ritardi di erogazione delle necessarie attività sanitarie sono in grado potenzialmente di causare  gravi conseguenze sulla salute delle persone. Quindi, Il Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali  dell’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato due Rapporti ISS COVID-19 sulla Telemedicina, di cui uno iniziale con indicazioni per rendere rapidamente operativi servizi domiciliari in Telemedicina per l’assistenza primaria ( https://tinyurl.com/yb62nocz  ) e uno più recente dedicato alle modalità per ottimizzare l’uso della Telemedicina in Pediatria (Telepediatria https://tinyurl.com/y6ef8qwj ). Altri Rapporti ISS COVID-19 dello stesso Centro Nazionale sono in fase di elaborazione. In questa serie di pubblicazioni viene posta  particolare attenzione alle concrete possibilità assistenziali disponibili in Telemedicina, mostrando quanto sia fondamentale utilizzarle correttamente per garantire il più possibile la continuità di cura nel periodo di emergenza, ma anche successivamente. Le prestazioni e i servizi in Telemedicina non possono però essere improvvisati e vanno forniti prioritariamente attraverso quelle tecnologie digitali e  di telecomunicazione computer assistite che siano in grado di offrire le migliori opportunità operative rispetto all’uso delle tecnologie precedenti. Inoltre, affinché i sistemi di Telemedicina funzionino nella pratica quotidiana è fondamentale realizzarli sulla base delle reali necessità individuali dei pazienti e sulle caratteristiche dell’area geografica interessata. Occorre utilizzare in modo coerente su tutto il territorio nazionale modelli e pratiche scientificamente validati, in modo coordinato”, ha dichiarato Francesco Gabbrielli, Direttore Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità.

Come è stato evidenziato dal periodo di pandemia da Coronavirus, la stretta collaborazione tra Pubblico e Privato è fondamentale per costruire un Servizio Sanitario Nazionale che sia orientato a garantire universalismo, uguaglianza  ed equità per almeno altri 40 anni, in cui la telemedicina rappresenta uno strumento per innovare in medicina e garantire qualità di assistenza a tutti i cittadini.

“I pazienti fragili e i malati cronici come le persone con diabete e rispettivi caregivers, convivono quotidianamente con una  condizione estremamente complessa, sono milioni le persone in Italia che oggi sono fortemente a rischio e chiedono di essere aiutate, anche nella gestione in sicurezza e a distanza, laddove possibile. Per questo abbiamo deciso da una parte di avviare questa attività di sensibilizzazione e dall’altra di investire in innovazione digitale e nello sviluppo di servizi e soluzioni che possano migliorare la qualità di cura, nonché allungare le aspettative di vita dei pazienti.” ha spiegato Rodrigo Diaz de Vivar, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care Italy S.p.A.

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Malattie croniche: Teleconsulto, telemedicina e tele-monitoraggio, le best practice delle Regioni al tempo del Covid-19

Malattie croniche

23 novembre 2020 – La gestione delle malattie croniche si è rilevata in questo periodo di pandemia molto complessa, dal momento che per i pazienti è richiesta una forte integrazione tra lo specialista ed il medico di medicina generale e deve essere prevista anche la componente socio-assistenziale. Nel periodo pandemico, teleconsulto, gestione della terapia, telemedicina e tele-monitoraggio sono stati utilizzati non solo per il percorso sanitario del paziente cronico ma anche per il paziente COVID 19. Con l’obiettivo di confrontare le best practice messe in atto da Regione Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia per rispondere ai bisogni dei pazienti in periodo di pandemia COVID 19, Motore Sanità ha organizzato il webinar ‘VIVERE LA CRONICITÀ AL TEMPO DEL COVID: IL PERCORSO  DEL PAZIENTE’, realizzato grazie al contributo incondizionato di PFIZER. 

“La gestione dei percorsi diagnostici terapeutici dei pazienti affetti da patologie croniche autoimmuni è sempre difficile, lo è maggiormente in corso di emergenza sanitaria. L’accesso alle cure non risulta, in questo momento, essere garantito per tutti i pazienti sia per quel che riguarda la visita specialistica, la diagnostica ma anche e soprattutto la terapia. Molte Regioni hanno attivato la telemedicina come strumento utile nella gestione di questi pazienti e in molte Regioni si sono attivate modalità alternative nella distribuzione del farmaco, a volte con il supporto delle aziende farmaceutiche stesse. Le buone pratiche, attivate in questo periodo pandemico, possono andare a sistema, con l’obiettivo di facilitare la presa in carico dei nostri assistiti”, ha spiegato Gabriella Levato, MMG Milano

“Il paziente cronico, qualunque esso sia, in tempo di COVID è stato davvero abbandonato, con una fortissima ripercussione sulla sua qualità di vita. Mi riferisco sia alla questione della continuità assistenziale, ma anche alla questione dei lavoratori fragili, ma non dimentichiamoci dei caregiver (genitori di bambini affetti da patologie croniche), nessuno ha pensato nei mesi in cui il COVID era quasi assente di programmare un piano che potesse tutelarci. È evidente che se nella prima era COVID avevamo la speranza dell’arrivo dell’estate e che si potesse improntare un piano di gestione per la cronicità nel breve tempo, invece no rieccoci con le chiusure ambulatoriali, i lavoratori fragili allo sbando e i caregiver che rischiano di perdere il proprio posto di lavoro per tutelare e prendersi carico dei propri figli. La telemedicina che ANMAR propone e che vede alcune realtà a cui è stata proposta (SMART SHARE) è una telemedicina improntata sull’interoperabilità tra le piattaforme già esistenti nelle regioni, questo perché? Perché l’interoperabilità funge da unione tra specialisti-MMG-sistema sanitario e paziente per davvero prendersi carico di chi vive con una cronicità senza abbandonarlo. Contatto tra MMG e specialista è fondamentale, soprattutto ora che l’unico interlocutore è il MMG perché i nostri reumatologi sono costretti in reparti COVID ad occuparsi dell’emergenza che sembra non finire mai”, ha detto Silvia Tonolo, Presidente ANMAR Onlus Associazione Nazionale Malati Reumatici

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COVID: VANNOZZI, GIÀ UN ANNO FA +30% POLMONITI ANOMALE

COVID VANNOZZI

Dichiarazione di David Vannozzi sul Covid al webinar Motore Sanità

”Se solo fosse stato possibile incrociare i dati a disposizione delle Regioni, probabilmente già nei mesi di settembre/ottobre 2019  avremmo potuto rilevare un incremento del 30% di polmoniti “anomale”. Questo significava far partire con cinque mesi di anticipo il contrasto al Covid e trovarci oggi in una situazione probabilmente diversa e migliore”: lo ha detto David Vannozzi, direttore generale di Cineca, nel suo intervento al webinar “Terapia e presa in carico domiciliare del paziente affetto da Covid-19” organizzato da Motore Sanità, con riferimento al ruolo e ai compiti che il consorzio Cineca è in grado di svolgere con il supercomputer europeo.

  “Con il progetto Exscalate4Covid abbiamo la concreta opportunità dimettere a fattore comune la conoscenza sviluppata nel mondo nell’opera di contrasto alla pandemia. Questa modalità cerchiamo di portarla su altri aspetti. Quanto dicevo sui dati a disposizione delle singole Regioni ma da nessuno mai incrociati è un esempio di quello che Cineca può fare, non solo contro il Covid-19. Ci sono dati di natura sanitaria o riguardanti i comportamenti dei cittadini, le loro abitudini sanitarie in fatto di medicina preventiva che sono stati resi inaccessibili, fino all’esplosione della pandemia. Oggi che quei dati, in forma chiaramente anonimizzata, sono disponibili possiamo ricavare informazioni utilissime su prevenzione e previsioni e cura della malattia. La sfida, come si può ben capire, è di natura tecnologico-giuridica. Al ministero della Salutec vengono trattate circa 25 milioni di cartelle cliniche, ogni cittadino genera circa 10 trattamenti terapeutici nel corso dell’anno, il che significa disporre di 250 milioni di dati, moltiplicati per cinque anni fanno 1 miliardo 250 milioni.

Come trattarli per ricavarne un quadro esauriente in termini di spesa e di trattamento ottimale delle patologie, di prevenzione e di profilassi?

A queste domande Cineca è in grado di dare le risposte grazie al supercomputer. Per dire: nel giro di un mese siamo riusciti, grazie al super-calcolo, a individuare 59 molecole potenzialmente in grado di contrastare il virus.

SISTEMA DI CURE AL TEMPO DEL COVID E NEL FUTURO, IL PUNTO DEL’ISS

SISTEMA DI CURE

Bertinato, ISS “L’assistenza territoriale deve guardare ai migliori modelli integrati sulle cure assistite  anche con l’ausilio della teleassistenza”.

Durante il webinar “Terapia e presa in carico domiciliare del paziente affetto da Covid-19”, organizzato da Motore Sanità il 20 Novembre, è intervenuto Luigi Bertinato, Segreteria Scientifica della Presidenza, Istituto Superiore di Sanità (ISS) facendo il punto sulla situazione attuale del sistema delle cure territoriali per il covid-19 e su come dovrà trasformarsi la sanità italiana dopo l’attuale pandemia.

“Le cure territoriali – afferma Bertinato – cambieranno certamente i loro modelli, alla fine della pandemia. Si dovrà tener conto del dibattito in corso sullo smart hospital e sul virtual hospital, ospedali cioè già in grado di fornire servizi da remoto a migliaia di pazienti in ospedali partner o a domicilio del paziente. Queste strutture sono prive di posti letto e pazienti ricoverati, ma sono in grado di fornire assistenza sanitaria h24, 7 giorni su 7. Però per riuscire a trasformare gli ospedali in smart-hospital sarà necessario anche un cambiamento radicale nel sistema di cure territoriali “Non sarà possibile – sottolinea l’esperto dell’ISS – attuare queste nuove forme di ospedale sugli attuali modelli di sanità territoriali italiani, stante il fatto che le dimissioni precoci o l’alternativa ai ricoveri impatteranno in misura importante sull’assistenza al di fuori dell’ospedale, sia quella domiciliare che nelle strutture sanitarie e socio-sanitarie cosiddette intermedie e nelle RSA. Il cambiamento atteso non riguarderà solo i luoghi di cura ma anche la casa del paziente grazie al grande sviluppo della domotica”.

Ritornando alla situazione attuale, le RSA sono ancora un punto centrale del sistema territoriale che andrebbe rinforzato in particolare nella cultura del controllo delle infezioni. “L’ISS – sottolinea Bertinato – ha monitorato a fondo le RSA nella prima ondata dell’epidemia, evidenziandone delle criticità informative, a cui sono seguiti numerosi webinar di formazione per il personale sanitario e per gli OSS, a cui sono stati trasmessi appositi rapporti tecnici comprensivi di checklist per l’assistenza agli ospiti in sicurezza e video-tutorial”. L’ISS ha curato la pubblicazione di ulteriori rapporti tecnici, per il personale socio-sanitario, di aggiornamento epidemiologico e preventivo nel contesto della sorveglianza dell’epidemia di Covid-19.

Quali gli strumenti necessari per il sistema di cure territoriali?

“Le USCA si sono dimostrate – spiega Bertinato – uno strumento fondamentale per la presa in carico dei pazienti Covid. Un altro strumento fondamentale è il tele-monitoraggio, infatti le strutture sanitarie che avevano accesso al tele-monitoraggio hanno reagito meglio alla presa in carico dei loro pazienti”

Il territorio in soccorso della salute mentale degli italiani

“La pandemia ed il lockdown – aggiunge l’esperto – hanno influito negativamente sulla salute mentale degli italiani, aggravando non solo chi già viveva situazioni di fragilità ma ha influito negativamente anche a chi non soffriva di problematiche del genere. Il territorio sta svolgendo un ruolo fondamentale attraverso l’istituzione di linee telefoniche dedicate che a distanza riescono a dare conforto e supporto ai pazienti e ai cittadini fragili”

Quali le prospettive future per il territorio post-Covid?

“L’intero sistema di prevenzione e promozione della salute del territorio – conclude Bertinato – dovrà sostenere e controllare l’implementazione delle misure di prevenzione nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei trasporti e negli altri luoghi pubblici. Sarà però necessario un coordinamento fra il livello centrale e i livelli regionali, e il corretto scambio dei dati, coinvolgendo tutti gli attori del sistema, compresi i Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta e le comunità locali per individuare le loro esigenze e potenzialità nell’ambito di un nuovo paradigma di presa in carico ospedale-territorio sia reale che virtuale”.

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GALLERA: “IL 90% DEI PAZIENTI TRATTATI IN MANIERA DOMICILIARE, IL TEMA DELLE CURE TERRITORIALI È QUINDI CENTRALE NELLA LOTTA ALLA PANDEMIA”

Gallera

La seconda ondata di COVID-19 ha messo sotto fortissima pressione le terapie intensive e sub-intensive di tutta Italia. Le cure dei pazienti positivi però si svolge in gran parte sul territorio, per fare chiarezza sulla situazione attuale dal punto di vista territoriale Motore Sanità ha organizzato il webinar “Terapia e presa in carico domiciliare del paziente affetto da Covid-19”. Durante il panel in cui esperti clinici e della governance si sono confrontati sui punti di forza e di debolezza dei SSR è intervenuto Giulio Gallera, Assessore Welfare Regione Lombardia che ha fatto il punto della situazione nella sua Regione, una delle aree più colpite dalla pandemia.

“Questa seconda ondata ha colpito l’intera nazione – dichiara Gallera – diffondendosi in maniera omogenea su tutto il territorio”. “In Lombardia memori delle azioni intraprese durante la prima ondata – prosegue l’Assessore – abbiamo applicato delle ordinanze precedendo anche il governo nazionale riuscendo a ridurre la diffusione del contagio. Oggi, grazie alle azioni intraprese notiamo che l’RT è sceso intorno ad 1, questo evidentemente non comporta ancora una riduzione della pressione sugli ospedali e sulle terapie intensive. Il Covid – sottolinea Gallera – ha messo in luce la debolezza su alcune scelte politiche che nel tempo hanno valutato la sanità come un costo incidendo soprattutto sulla medicina territoriale”.

Una sanità territoriale che si sta dimostrando co-protagonista nel trattamento dei pazienti con Covid. “Il 90% dei pazienti viene gestito in maniera domiciliare – afferma Gallera – quindi il tema dell’assistenza sul territorio è centrale. Negli anni non ci sono stati investimenti atti a valorizzare la figura dell’MMG, anche i corsi di formazione messi a disposizione hanno raggiunto un numero ridotto di medici rispetto a quanto necessario”.

Secondo l’assessore quindi la soluzione al Covid non si può trovare soltanto aumentando i posti letto ma “La soluzione – spiega Gallera – si può trovare anche supportando gli MMG e dotandoli degli strumenti adatti mettendoli quindi nelle condizioni di lavorare al meglio ed essere così protagonisti proattivi della sanità territoriale del trattamento del paziente Covid”.

Attualmente in Lombardia per migliorare l’assistenza territoriale durante la pandemia sono state istituite le USCA ma è una soluzione che, secondo l’assessore, non può bastare per il miglioramento strutturale del sistema. “In Lombardia – prosegue Gallera – sono stati destinati 442 medici alle USCA, ma non si può in maniera strutturale pensare di trovare una risposta che non comprenda i medici di medicina generale. Per il futuro è quindi necessario creare una struttura normativa ed economica per gli MMG molto più forte di quella attuale – conclude Gallera – ed è possibile farlo”

TERAPIA DOMICILIARE: QUALI LE MIGLIORI

TERAPIA DOMICILIARE

Nella giornata di ieri si è svolto il webinar “Terapia e presa in carico domiciliare del paziente affetto da Covid-19”. Durante l’evento organizzato da Motore Sanità è stato fatto il punto della situazione delle cure domiciliari in Italia mettendo in luce punti di forza e criticità. Non si può parlare di cure domiciliare senza però parlare di terapie, attualmente non esiste un protocollo nazionale ed ogni Regione agisce come meglio crede, ma quali sono le best practices?

“Per quanto riguarda le terapie – dichiara Antonio Cascio, Direttore Unità Operativa Malattie Infettive Policlinico P. Giaccone, Palermo – raccomando di utilizzare il paracetamolo o l’acido acetilsalicilico qualora la temperatura superi i 38/38 e mezzo e a  maggior ragione se si manifestano anche dolori articolari e muscolari. Bisogna stare attenti a non esagerare, al massimo si  possono utilizzare 3 grammi di paracetamolo nelle 24 ore. Questo è raccomandato in qualsiasi fase della malattia”

“Per quanto riguarda gli antibiotici – continua il professor Cascio – io sono contrario al loro utilizzo come profilassi o da cominciare all’inizio della malattia non appena viene diagnosticata l’infezione da SARS-COV-2. Gli antibiotici dovranno essere utilizzati durante il decorso della malattia qualora il medico abbia contezza che c’è una sovra infezione batterica e questo potrà avvenire perché, ad esempio i globuli bianchi sono aumentati in maniera spropositata. In corso della malattia, tante volte, vediamo pazienti in cui i globuli bianchi aumentano; dobbiamo tenere conto però che i pazienti che fanno il cortisone presentano un valore non attendibile, perché il cortisone fa aumentare i globuli bianchi. Quindi non dobbiamo pensare che un paziente Covid, che ha i globuli bianchi aumentati abbia necessariamente un’infezione opportunistica solo perché i globuli bianchi sono aumentati; i globuli bianchi sono aumentati perché sta facendo terapia cortisonica. È molto importante nel paziente ospedalizzato valutare il valore della procalcitonina. Per i pazienti a domicilio non è necessario fare la terapia antibiotica a meno che il medico si rende conto che c’è una sovra infezione batterica oppure perché il paziente ha un’altra infezione. Per quanto riguarda il cortisone, non deve essere dato all’inizio della malattia perché durante le prime fasi della malattia, potrebbe favorire la replicazione del virus stesso. Il cortisone deve essere riservato quando la patologia assume una certa gravità. L’eparina è giusto darla se il paziente ha segni di polmonite”. Infine il professor Cascio consiglia: “Bisogna cercare di non stare a letto ma di muoversi il più possibile; se si è stanchi, bisogna stare seduti e non a letto; mangiare leggero, idratarsi per bene ed eventualmente andare a dormire in posizione prona”ha concluso Cascio. 

“Grazie ad un’ordinanza del 3 aprile 2020 – dichiara Barbara Rebesco, Direttore SC Politiche del Farmaco A.Li.Sa.  Regione Liguria – la Liguria ha creato un gruppo multidisciplinare per delineare le linee guida regionali per il trattamento farmacologico del paziente covid. In questi mesi siamo arrivati alla quinta versione di questo protocollo. Per decidere quali farmaci utilizzare ci siamo mossi all’interno di una cornice basata sulle indicazioni AIFA. Noi distinguiamo i pazienti a seconda della gravità del quadro patologico indicando che per i pazienti asintomatici non devono essere utilizzati farmaci; per i pazienti che hanno sintomatologia lieve (con febbre non superiore a 38°) l’indicazione è di utilizzare una terapia sintomatica a base di antiinfiammatori come paracetamolo o ibuprofene o Acido acetilsalicilico; per i pazienti con sintomi moderati come febbre persistente oltre i 38,5°, tosse e dispnea da sforzo l’indicazione è di associare alla terapia sintomatica detta prima con l’eparina a scopo profilattico. Per quanto riguarda gli antibiotici siamo d’accordo con l’idea che non possono essere utilizzati a scopo profilattico per il trattamento di un’infiammazione virale ma va utilizzato nel caso ci sia un sospetto sovrapposizione batterica ed infime per quanto riguarda i cortisonici l’indicazione per il loro utilizzato è non nelle prime fasi della patologia ma quando il paziente ha bisogno di una supplementazione di ossigeno”.

“Il protocollo per la cura domiciliare – afferma Matteo Bassetti, Direttore dell’Unità Operativa Clinica Malattie Infettive Ospedale Policlinico San Martino – deve essere il più semplice possibile. Fino ed oggi sono stati dati troppi farmaci ai pazienti a casa,  questo è frutto del fatto che manca una linea nazionale e quindi ognuno ha agito come ha voluto. Era stato per altro ampiamente raccomandato di fare un protocollo nazionale ma a livello centrale sono molto in ritardo. Deve essere chiaro che ai pazienti  asintomatici non va dato nessun farmaco – sottolinea Bassetti – mentre i lievemente sintomatici possono essere trattati con  l’aspirina o il paracetamolo, naturalmente con dosi maggiori rispetto al trattamento di una semplice febbre”. Nella presa in carico domiciliare del paziente Covid la Liguria è tra le più avanzate in Italia. “Quello che è stato fatto in Liguria è unico, c’è un approccio domiciliare fast-track direttamente con il reparto di malattie infettive quando la situazione si aggrava. Una collaborazione quindi  tra infettivologo e MMG per le cure domiciliari. Questo processo è iniziato da una settimana e abbiamo complessivamente 220 pazienti già trattati con questo sistema, e anche se non c’è ancora certezza c’è la percezione di una minore pressione sui pronto soccorso”.

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