Azione: Calenda affida a Walter Ricciardi il programma delle 10 azioni per la sanità

Azione: Calenda affida a Walter Ricciardi il programma delle 10 azioni per la sanità

di Redazione

Roma. 4 Dicembre 2019 – Due punti prioritari per la terapia d’urto studiata per la sanità da Azione: un finanziamento di 13,5 miliardi in 5 anni e un piano straordinario di assunzioni e stabilizzazioni per il personale. Non solo: tra le 10 azioni del programma per la sanità che Carlo Calenda ha affidato a Walter Ricciardi, oltre al personale, un piano di riammodernamento tecnologico e logistico, la revisione dei Lea, un Piano per la formazione alla leadership e al management ed un investimento pressoché triplicato in ricerca. Il progetto è stato appena presentato a Roma al Teatro Eliseo, presenti Calenda, Richetti e l’ex presidente dell’Istituto superiore di Sanità Walter Ricciardi, il quale ha sottolineato che si tratta di “10 azioni urgenti, non derogabili, per salvare il Servizio sanitario nazionale. Azioni che devono rappresentare una priorità per qualsiasi governo. Non possiamo permetterci il lusso di perdere il Ssn, principale motore, non solo di equità, ma anche di sviluppo economico e sociale”. Eccoli:

1. 13 miliardi in più nei prossimi 5 anni al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) È necessario aumentare in misura adeguata, e non simbolica, i finanziamenti pubblici per soddisfare i bisogni e le domande insoddisfatte di una popolazione sempre più vecchia. Questo incremento di risorse, adeguatamente gestito, potrà migliorare i risultati sanitari e ridurre il rischio di impoverimento delle famiglie aumentando la produttività dell’intero Paese. L’incremento degli investimenti e un uso efficiente delle risorse potranno contribuire a migliorare la qualità della vita dei cittadini e dei pazienti, riducendo l’onere per i familiari, sempre più oberati dal carico assistenziale dei propri cari.

2. Piano straordinario di assunzione per il personale sanitario, migliori condizioni di lavoro, salari competitivi e più contratti per gli specializzandi, Il SSN ha perso 40.000 dipendenti per pensionamento o emigrazione dal 2010. Il personale sanitario è invecchiato, l’età media supera i 50 anni e l’imminente pensionamento di massa non riuscirà a garantire i livelli di assistenza raggiunti negli ultimi 40 anni. Attualmente mancano all’appello 1.706 medici di medicina generale; si registrano poi -66 pediatri di libera scelta e sono 339 i medici di guardia medica in meno. Si prevede che nei prossimi 10 anni mancheranno 22.000 medici di medicina generale (33.000 in pensione e solo 11.000 nuovi assunti), nonché 47.284 medici del SSN, per pensionamento. Attualmente mancano 53.000 infermieri. Il rapporto con i medici invece di essere di uno a tre come indicato a livello internazionale, crolla a volte fino a sfiorare la parità (1:1), non garantendo un adeguato impegno assistenziale.

3. Definire in modo trasparente le prestazioni garantite a tutti i cittadini, indipendentemente dalla residenza geografica e dal livello socio-economico Scriviamo una nuova pagina del SSN, in grado di preservare gli importanti risultati fino ad oggi ottenuti, messi in pericolo da mancati investimenti e da una gestione non idonea delle risorse. Bisogna guardare al futuro rafforzando si lo spirito universalistico, ma con azioni e politiche finalizzate a ridurre le enormi differenze presenti tra le diverse Regioni, che stanno peraltro aumentando. Sono stati raggiunti gli obiettivi di contenimento della spesa e sono stati recuperati gli ingenti disavanzi finanziari, sacrificando però spesso la qualità e la quantità dei prestazioni erogate e riducendo l’accesso ai servizi. Gli obiettivi di riqualificazione del Servizio Sanitario Nazionale non sono stati raggiunti. L’erogazione dei livelli essenziali di assistenza si presenta con differenze significative non solo tra Nord e Sud, ma anche all’interno delle stesse regioni e in un contesto in cui la medicina offre soluzioni sempre più efficaci e innovative queste prestazioni sono sempre meno esigibili dai cittadini.

4. Maggiore trasparenza e valutazione delle competenze di gestione e attivazione di un Piano per la Formazione alla Leadership e al Management Il successo di un’organizzazione complessa, quale una struttura sanitaria, si raggiunge attraverso la coesione e il lavoro interconnesso di più persone. Non c’è una scelta giusta senza un processo decisionale di successo. La leadership ha lo scopo di far convergere in maniera mirata le competenze di ciascun operatore, conciliando gli obiettivi individuali con il perseguimento del bene comune. Per questo è necessario scegliere i dirigenti in funzione delle loro capacità ed esperienze ed a tal fine è necessario gestire l’Albo Nazionale dei Direttori Generali con maggiore trasparenza e valutazione delle competenze e non solo attraverso un “burocratico” esame dei titoli. Sarà inoltre necessario varare un piano coordinato di formazione manageriale anche per i dirigenti intermedi e di linea perché in un Servizio Sanitario Nazionale pubblico non è sufficiente che le competenze manageriali siano solo al vertice, ma devono essere diffuse in tutte le articolazioni organizzative.

5. Creare un’Agenzia Nazionale per l’Health Technology Assessment (HTA = Valutazione delle Tecnologie Sanitarie) e sviluppare un ecosistema regionale e locale di Health Technology Assessment (HTA) È essenziale, in presenza di risorse limitate, effettuare un’analisi preliminare degli investimenti e dei disinvestimenti, per non sprecare risorse necessarie a garantire servizi essenziali. Per misurare il reale impatto della proposta di inserimento o di dismissione di nuove tecnologie (farmaci, dispositivi medici, attrezzature, procedure organizzative, ecc.) nel SSN è necessario utilizzare metodologie di Health Technology Assessment (HTA) in modo coordinato a livello nazionale, valutando preventivamente la sicurezza, i benefici, i costi, gli aspetti organizzativi e quelli etici delle tecnologie. La nostra proposta intende colmare il gap che vede l’Italia come l’unico tra i Paesi sviluppati a non avere un’Agenzia Nazionale per la Valutazione delle Tecnologie. Questa attivazione deve essere seguita ed integrata dalla creazione di un ecosistema di HTA sia a livello regionale che locale.

6. Piano straordinario di ammodernamento strutturale e tecnologico per le strutture sanitarie Non più strutture fatiscenti e pericolose. Il Ministero della Salute insieme alle Regioni ha effettuato una ricognizione sullo stato del patrimonio immobiliare e tecnologico evidenziando la necessità di un intervento immediato e interventi infrastrutturali per un importo complessivo pari a 32 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti circa 1,5 miliardi di euro necessari per un adeguato ammodernamento tecnologico delle attrezzature a disposizione dei servizi sanitari regionali. A questo scopo è necessario non solo incrementare le risorse a disposizione dell’edilizia sanitaria come sancito già all’art. 20 della legge n. 67/1988, ma utilizzarle rapidamente e in modo efficace e trasparente.

7. Rafforzamento dei medici di medicina generale e riduzione delle liste di attesa attraverso un corretto rapporto tra Stato e Regioni. Il mutato contesto socio-epidemiologico, con il costante incremento di situazioni di fragilità sanitaria e sociale, impone una riorganizzazione dell’assistenza territoriale che promuova attività di prevenzione e promozione della salute e di garanzia della continuità delle cure. Sono necessari: particolare attenzione ai percorsi di presa in carico dei pazienti con malattie croniche, in stretta correlazione con il Piano delle liste di attesa, un forte impulso dell’assistenza domiciliare, un investimento sull’assistenza residenziale e domiciliare per i soggetti non autosufficienti e sull’assistenza odontoiatrica pubblica. Vanno inoltre rivisti i rapporti tra Stato e Regioni, riconoscendo allo Stato la possibilità di intervenire nel caso in cui le Regioni siano impossibilitate o non capaci di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza ai propri cittadini.

8. Incentivare la digitalizzazione per un Servizio Sanitario Nazionale più rapido e più efficiente L’innovazione ha già trasformato la società e trasformerà sempre di più anche la sanità. Parliamo di digitalizzazione, sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), internet delle cose (IoT), intelligenza artificiale (AI) e realtà aumentata, nanotecnologie e macchine moderne come robotica, droni e stampa 3D. È possibile pensare alla digitalizzazione come un eccellente strumento per garantire un’assistenza sanitaria equa ed efficace solo se questo processo viene gestito in modo coordinato ed efficiente. Esso potrebbe supportare la conoscenza della popolazione e lo studio della distribuzione dei determinanti sociali di salute, l’impegno e il potenziamento delle persone e delle comunità, la presa in carico della popolazione in un approccio che duri tutta la vita, la ricerca scientifica, la fornitura di assistenza sanitaria di alta qualità e basata sull’evidenza.

9. Più prevenzione delle malattie, più promozione della Salute Rilanciare il Piano Nazionale per la prevenzione integrandolo con un Piano Nazionale per la promozione della salute. Significa conoscere la propria popolazione, analizzandone il contesto e i bisogni. Considerare i determinanti sociali di salute come: genetica, comportamenti a rischio individuali, ambiente fisico, accesso alle cure, condizioni socio-economiche e politiche della popolazione e l’interconnessione tra loro in modo dettagliato. Prendere in carico la popolazione, sia quella sana con un approccio di prevenzione delle malattie, sia le persone colpite da malattia evitando il peggioramento delle condizioni di salute. Ciò può essere raggiunto promuovendo stili di vita sani e interventi trasversali politici e socioeconomici che intervengano in anticipo, evitando o riducendo i costi umani e sanitari. Prendere in carico la popolazione significa anche tenere conto delle caratteristiche specifiche di essa, dell’individuo e dei fattori determinanti nella erogazione di cure efficaci, identificando e sviluppando strategie centrate sui singoli pazienti, tali da garantire l’efficacia e la continuità delle cure.

10. Investire il 3% del fondo sanitario nazionale in ricerca: più conoscenza, più futuro E’ necessario riaffermare il principio che l’attività di ricerca costituisce parte integrante e fondamentale del Servizio Sanitario Nazionale, in particolare per le malattie con grande rilevanza sociale e rare. Bisogna definire le priorità della Ricerca sanitaria e l’attuazione di un Piano Operativo Salute nell’ambito della Strategia Nazionale di specializzazione intelligente. La ricerca sanitaria deve essere uno dei motori di sviluppo del Paese e di stimolo al miglioramento della qualità delle strutture di ricovero e cura, in particolare degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS).

Favo: i pazienti con neoplasia ematologica “faranno rete” per una risposta più incisiva

Favo: i pazienti con neoplasia ematologica faranno rete” per una risposta più incisiva

di Redazione

Roma. 4 Dicembre 2019- Le associazioni pazienti con tumori del sangue riunite per creare il primo network nazionale: F.A.V.O. neoplasie ematologiche. Una nuova ed importante realtà associativa che vuole rispondere ai bisogni delle persone che hanno ricevuto e riceveranno una diagnosi di neoplasia ematologica. In occasione della presentazione del nuovo Gruppo di lavoro nato all’interno della storica Federazione di Associazioni Pazienti di Volontariato in Oncologia (F.A.V.O.) sono stati presentati i risultati del sondaggio “Le voci contano” condotto su 850 pazienti, che hanno messo in evidenza importanti lacune informative riferite dai malati in merito alla malattia, al percorso di cura e alle conseguenze causate da un tumore del sangue sulla qualità di vita. Un dato significativo che emerge e fa riflettere riguarda la percezione del ruolo delle Associazioni Pazienti: due terzi degli intervistati (65 per cento) non erano a conoscenza della loro esistenza al momento della diagnosi, e poco meno della metà (41 per cento) è stato invitato a contattarle, perlopiù da altri pazienti. Per contro, circa l’80 per cento di chi vi si è rivolto ha trovato molto utile il supporto ricevuto.

Si tratta di un network finalizzato a costituire una voce unica e più forte nel dialogo con le istituzioni spiegaDavide Petruzzelli, Coordinatore F.A.V.O. Neoplasie Ematologiche e Presidente di La Lampada di Aladino Onlus – Gli obiettivi sono molteplici, perché complessa è la realtà delle malattie oncologiche viste dagli occhi del paziente, e tanti ancora gli unmet needs delle persone affette da neoplasie ematologiche e dei loro familiari/caregivers”. Circa ai dati emersi dall’indagine, spiega che “indicano la capacità delle Associazioni Pazienti di rispondere in modo efficace a svariate esigenze – sottolinea Petruzzelli – ma al tempo stesso la necessità di dare maggiore visibilità di queste organizzazioni che da tempo ormai si pongono come interlocutori del processo di cura insieme agli altri stakeholder”.

La nascita di F.A.V.O. Neoplasie Ematologiche si inserisce in un contesto epidemiologico caratterizzato da una crescita costante dell’incidenza delle malattie onco-ematologiche: negli ultimi 13 anni, infatti, le diagnosi di Linfoma Non Hodgkin sono aumentate del 45 per cento e quelle delle leucemie del 26 per cento. Ma a fronte di un’aumentata incidenza, derivante da fattori demografici quali l’aumento della popolazione e l’allungamento della vita media, oggi la sopravvivenza a cinque anni per tutte le forme di leucemia si aggira intorno al 43 per cento negli adulti, arriva al 50 per cento nel mieloma e raggiunge per il Linfoma di Hodgkin il 75 per cento, grazie soprattutto alla ricerca e a terapie innovative che hanno radicalmente modificato la storia clinica di queste malattie. “Oggi in Italia vivono circa 900.000 persone guarite dal cancro, e questo è un dato nuovo ed estremamente importante poiché impone alle Associazioni Pazienti un nuovo obiettivo: lavorare coese per eliminare le barriere che ostacolano il ritorno alla vita normale – dichiara Francesco De Lorenzo, Presidente F.A.V.O. – Dato che oggi grazie alla ricerca si può guarire, una diagnosi in giovane età non può costituire un ostacolo insormontabile all’inclusione sociale e lavorativa e, di conseguenza, alla piena realizzazione della propria vita”.

Al contrario, il sondaggio evidenzia che in circa la metà dei pazienti la malattia ha causato problemi nella sfera lavorativa propria e dei familiari, mentre più del 30 per cento ha incontrato difficoltà nell’accesso al credito e ai prodotti assicurativi. Sono queste autentiche discriminazioni che inaspriscono ulteriormente la già difficile condizione dei pazienti e ancor di più quella degli ex-pazienti e che necessitano di urgenti decisioni politiche. Uno stigma che accompagna i pazienti per tutta la vita e che contrasta con il senso della parola “guarigione” che inizia a frequentare il mondo dei tumori.

Molte le carenze informative lamentate dai pazienti: infatti solo il 35% degli intervistati aveva sentito parlare della sua patologia prima della diagnosi, e prevalentemente attraverso la televisione e la radio o da parenti e amici, mentre più di due terzi degli intervistati (73 per cento) non sa cosa sia un campione biologico, uno strumento fondamentale per una diagnosi corretta e per la ricerca di nuovi trattamenti, nel momento in cui il paziente decide di affidarlo ad una biobanca. “Quando questo accade, il paziente ha diritto non solo ad una informazione accurata, ma anche a dare un consenso informato alla ricerca, diverso e molto più dettagliato di quello che si firma per l’accesso alle cure – spiega Elena Bravo, Senior Researcher dell’Istituto Superiore di Sanità – Un paziente informato, consapevole delle potenzialità del proprio campione, oltre a vigilare su un uso corretto del proprio materiale biologico, può fornire un contributo essenziale nella definizione dei principi di gestione etici, sociali e scientifici”.

Altro rilevante deficit informativo emerso dal sondaggio riguarda il Consenso Informato. L’80 per cento degli intervistati dichiara di aver firmato un Consenso Informato, ma solo il 66 per cento ritiene di aver ricevuto un’informazione chiara e completa sulle cure. “Il Consenso Informato non è un atto istantaneo – specifica Francesco Angrilli, responsabile centro diagnosi e terapia linfomi dell’Ospedale Civile Spirito Santo, Pescara – bensì è una vera e propria procedura nell’ambito della quale il paziente deve essere anche messo nelle condizioni di porre domande e ricevere risposte dal medico, del tempo necessario, se lo ritiene, per discutere della proposta con i propri familiari, medici e/o persone di fiducia, prima di comunicare la propria decisione”. Troppo spesso invece l’adesione si limita a una firma su un documento non compreso appieno e sottoscritto in un momento di grande fragilità emotiva.

In merito infine al supporto psicologico, più della metà dei pazienti intervistati (64 per cento) ha dichiarato di non avere ricevuto alcuna proposta di assistenza specialistica: tutti coloro che, al contrario, hanno usufruito di uno psicologo attraverso i servizi offerti dalle Associazioni Pazienti, ne hanno tratto grandi benefici, a livello personale e di nucleo familiare.Un’informazione negata o poco esaustiva si traduce in minori opportunità di opzioni di cura, come l’accesso a studi clinici sperimentali: meno del 20 per cento vi ha partecipato e solo l’11 per cento ha ricevuto spiegazioni di cosa si trattasse: il fatto che la stragrande maggioranza non abbia risposto alla domanda è chiaro segno di una mancanza di condivisione tra medici e pazienti delle informazioni sulle opzioni terapeutiche.I percorsi terapeutici oggi si snodano attraverso tempi sempre meno trascorsi nelle strutture ospedaliere e sempre più sul territorio e i pazienti, diversamente da un tempo, a volte riescono a condurre una vita vicina alla normalità, prevalentemente vissuta lontano dal proprio specialista di riferimento: per questo il ruolo del MMG è determinante.

Al fine di evitare ulteriori disagi al paziente, già provato dal carico della malattia» – sottolinea infatti Paolo Spriano, Vice Presidente Snamid – è auspicabile che si migliori la comunicazione tra specialista ematologo e MMG e tra queste due figure mediche e il paziente, creando quella triangolazione necessaria a trasferire in modo corretto le informazioni che riguardano l’evoluzione della patologia e della cura. In uno scenario di crescita di consapevolezza sul ruolo della comunicazione tra medico e paziente, le Associazioni, grazie anche al loro capitale di speranza e di esperienza, possono svolgere un ruolo di grande supporto”. Far sentire i pazienti utili e considerati attraverso una riabilitazione della persona, non solo nella funzione lesa, ma anche psicologica, sociale, lavorativa è un diritto che le Associazioni Pazienti possono e devono difendere e far rispettare: questo l’impegno e la promessa che guiderà le attività future di F.A.V.O. neoplasie ematologiche, nata per fungere da ponte tra i pazienti, clinici e istituzioni.

Il Consiglio dei ministri approva il nuovo contratto nazionale: + 190 euro al mese

Il Consiglio dei ministri approva il nuovo contratto nazionale: + 190 euro al mese

 

Roma. 25 Novembre 2019 – Il nuovo contratto collettivo nazionale per il triennio 2016-2018 dell’Area sanità approvato dal Consiglio dei ministri riguarda circa 130 mila dirigenti medici, veterinari, sanitari e delle professioni sanitarie la ratifica del. Esso «adegua gli istituti del rapporto di lavoro dopo una vacanza contrattuale che durava da circa dieci anni (l’ultimo Ccnl riguardava il biennio 2008-2009)» e «riconosce incrementi retributivi a regime del 3,48%, corrispondenti ad un beneficio medio complessivo di circa 190 euro/mese, che valorizza anche la quota di retribuzione erogata a livello locale per la remunerazione delle condizioni di lavoro, dei risultati raggiunti e degli incarichi dirigenziali». Lo fa sapere il Dipartimento funzione pubblica in una nota in cui riferisce la soddisfazione dal titolare di Palazzo Vidoni, Fabiana Dadone.

Il contratto «riformula le relazioni sindacali prevedendo adeguate forme di partecipazione sindacale ed attualizza, in armonia con le nuove norme di legge, le disposizioni concernenti la responsabilità disciplinare». Inoltre, il ccnl, approvato su proposta del ministro Dadone e del ministro della Salute, Roberto Speranza, «amplia importanti tutele già previste per il personale del comparto (da quelle concernenti le gravi patologie che necessitano di terapie salvavita, a quelle in favore delle donne vittime di violenza, alle ferie e riposi solidali per i dirigenti che debbono assistere figli minori bisognosi di cure)», prosegue la nota. «Viene riconosciuta e salvaguardata la specialità della dirigenza del Ssn, valorizzandone la carriera e prevedendo un accurato sistema di valutazione» si legge ancora nella nota del Dipartimento Funzione pubblica. Nell’ambito economico infine, si sottolinea, «è stata operata una rivalutazione degli stipendi tabellari a regime di 125 euro mese per tredici mensilità a cui si aggiungono gli ulteriori incrementi che hanno interessato la parte accessoria del salario, con una particolare attenzione agli istituti retributivi più direttamente correlati alla erogazione dei servizi (guardie mediche e retribuzione di risultato)», conclude il Dfp.

 

Sanità italiana tra le prime 10 per qualità Al 9° posto dopo Nord Europa e Australia

Sanità italiana tra le prime 10 per qualità Al 9° posto dopo Nord Europa e Australia

Roma. 25 Novembre 2019 – La ‘certificazione’ che arriva dalla prima analisi a livello nazionale ‘Global Burden of Disease (GBD) Study’, pubblicata sulla rivista ‘The Lancet Public Health’ e coordinata dall’IRCCS Materno-Infantile Burlo Garofolo di Trieste parla chiaro: il Servizio sanitario nazionale italiano è nono al mondo per qualità, dopo Islanda, Norvegia, Olanda, Lussemburgo, Australia, Finlandia, Svizzera e Svezia. “Ne emerge un quadro globalmente positivo – afferma Lorenzo Monasta, primo autore del lavoro – pur con alcune criticità”. Tra le criticità, l’invecchiamento rapido della popolazione, spiega Monasta, “è spiegato col fatto che in Italia abbiamo uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo (1,3%) e contemporaneamente una tra le più alte speranze di vita (che ci colloca all’8/0 posto nel mondo per aspettativa di vita alla nascita, 85,3 anni per le donne, 80,8 per gli uomini nel 2017)”.

 

Questo scenario sta cambiando il panorama epidemiologico delle malattie, aumentando il carico delle patologie croniche tipiche dell’invecchiamento, dai problemi di vista e udito all’Alzheimer e altre demenze: “basti pensare – dice all’ANSA – che gli anni di vita con disabilità legati ad Alzheimer e altre demenze sono aumentati del 78% dal 1990 al 2017 e i decessi per Alzheimer più che raddoppiati (+118%). L’altro aspetto significativo – aggiunge Monasta – è che dal 1990 ad oggi è aumentata gradualmente la spesa privata del cittadino per la salute, di pari passo a una riduzione del finanziamento pubblico alla salute, riduzione che, quindi, non è frutto di una aumentata efficienza del servizio sanitario”. In particolare, rileva l’esperto, dal 2010 al 2015 il finanziamento statale in rapporto al PIL è sceso dal 7% al 6,7%, mentre nello stesso arco di tempo la spesa privata per la salute è passata aumentato dall’1,8% al 2%. Inoltre, dal 1995 la spesa complessiva per la salute in rapporto al PIL è aumentata dell’1,15%, aumento assorbito, però, non dal finanziamento pubblico, ma da quello privato.

 

Società Italiana di diabetologia e Cineca: dal rapporto ARNO una foto d’Italia in 3D

Società Italiana di diabetologia e Cineca: dal rapporto ARNO una foto d’Italia in 3D

 

Roma. 25 Novembre 2019 – Arriva il rapporto sullo stato del diabete nella penisola, costruito a partire da dati provenienti da tre diverse fonti di informazione: farmaci, dispositivi diagnostico-terapeutici, prestazioni sanitarie erogati dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN) alle persone con diabete in Italia.  L’analisi di questa grande mole di dati consente di ricostruire una vera e propria fotografia tridimensionale del diabete in Italia. Una preziosissima fonte di informazione per i decisori amministrativi e politici, per i medici, le associazioni pazienti e per tutti quanti abbiano a che fare col mondo del diabete. Il Rapporto ARNO diabete, giunto quest’anno alla quinta edizione, è frutto di una collaborazione tra la Società Italiana di Diabetologia e il CINECA. Il Rapporto è stato coordinato dal professor Enzo Bonora per la Società Italiana di Diabetologia e dalla dottoressa Elisa Rossi per il Cineca. La ‘corsa’ del diabete sta forse rallentando, “tuttavia questo non può diventare un invito ad abbassare la guardia – sottolinea il professor Francesco Purrello, presidente della Società Italiana di Diabetologia – perché il diabete resta una patologia complessa e pericolosa, per le tante complicanze alle quali può portare. Perché sono comunque 4 milioni gli italiani con diabete diagnosticato e probabilmente un altro milione che non ha ancora scoperto di esserlo. Perché l’obesità, che è uno dei principali fattori di rischio per il diabete di tipo 2, continua a far paura con le sue cifre in particolare tra i giovani e i giovanissimi, soprattutto al Centro-Sud. Perché insomma c’è ancora davvero tanto ancora da fare ma bisogna trovare i canali e le suggestioni giuste per far capire al pubblico che la prevenzione è un alleato della salute e del benessere. Non un cilicio da indossare di mala voglia giorno dopo giorno”.

Quante sono le persone con diabete in Italia. Dopo anni di crescita, sembra sia stata raggiunta una certa ‘stabilità’ (ma non una flessione).  Su 11 milioni di cittadini inclusi nell’analisi relativa ai dati 2018 (riguardante cioè poco meno di 1 italiano su 5 dei 60 milioni di residenti nel nostro Paese), 700 mila sono quelli con diabete.  Lo studio di questi pazienti effettuato da tre angolazioni diverse (farmaceutica, esenzioni ticket e diagnosi riportate sulle schede di dimissione ospedaliera) consente di stimare la prevalenza del diabete in Italia al 6,2 per cento, simile dunque a quella registrata da circa 5 anni a questa parte, dunque sostanzialmente stabile. “Il fenomeno diabete – commenta il professor Enzo Bonora, ordinario di Endocrinologia, Università di Verona e responsabile del Rapporto ARNO per la Società Italiana di Diabetologia – sembra dunque aver raggiunto una stabilizzazione, dopo la crescita continua degli anni ‘90 e della prima decade del millennio”. Estrapolando questa stima all’intero Paese (nel 2018 i residenti in Italia erano 60,5 milioni), il numero degli italiani con diabete sarebbe dunque pari a circa 3.750.000. “Tuttavia – spiega il professor Bonora – questo numero non tiene conto di quanti tra i diabetici non assumono farmaci erogati dal SSN, non hanno l’esenzione dal ticket (a richiederla incredibilmente è solo il 70 per cento dei soggetti con diabete), di quelli mai ricoverati nel 2018 o di quelli ricoverati ma per i quali, in scheda di dimissione, i medici non hanno riportato la diagnosi ‘diabete’ (che è quanto succede nel 50% dei ricoverati con diabete) . “Al netto di tutte queste considerazioni dunque – prosegue Bonora – la stima delle persone con diabete diagnosticato in Italia sale ben al di sopra di 4 milioni. E resta ovviamente incerto il numero dei diabetici non diagnosticati che, secondo stime desunte dai dati epidemiologici osservazionali potrebbe essere di almeno un altro milione”.

Patologia che interessa gli anziani, ma un terzo è in piena età lavorativa. Circa il 67 per cento dei diabetici italiani ha un’età pari o superiore ai 65 anni e un paziente su 5 ha un’età pari o superiore a 80 anni; solo l’1 per cento ha meno di 20 anni. Circa il 32 per cento dei soggetti si colloca tuttavia in una fascia d’età lavorativa (20-64 anni). La prevalenza del diabete fra i 20 e i 49 anni è maggiore tra le donne, mentre fra i 50 e gli 80 anni è superiore tra gli uomini. La prevalenza complessiva è maggiore nei maschi. Questi dati confermano che il diabete colpisce prevalentemente gli anziani; ma, su scala nazionale, circa 1 milione di persone con diabete si trova nel pieno dell’età lavorativa.

Diabete in Italia: ma quanto mi costi? La valutazione dei flussi amministrativi fornisce informazioni sulla spesa per l’assistenza diabetologica “che tuttavia – commenta Bonora – risulta sottostimata perché più che a costi ‘veri’ fa riferimento a ‘tariffe standard’. La spesa, desunta dai flussi amministrativi, ammonta a circa 2.800 euro per paziente (il doppio che per i non diabetici). Estrapolando questo dato alla popolazione italiana con diabete, la spesa complessiva annuale a carico del SSN supera i 10 miliardi di euro. Una spesa virtuale, come detto, perché fa riferimento a tariffe (prezzi) più che costi effettivi. La composizione della spesa è da riferire per metà al costo dei ricoveri, per il 16 per cento alla specialistica, per il 31 per cento ai farmaci non per il diabete, per il 9 per cento ai farmaci anti-diabete, per il 4 per cento ai dispositivi (aghi per penne o siringhe, lancette pungidito e strisce per la misurazione della glicemia), mentre solo l’1 per cento è imputabile alle visite diabetologiche. In generale, il 90 per cento dei costi è attribuibile a complicanze e comorbilità, mentre solo il 10 per cento è assorbito dalla gestione del problema metabolico.

Le persone con diabete assumono un numero di farmaci doppio rispetto alla popolazione generale e l’83 per cento di loro effettua almeno una prestazione specialistica (visita, esami di laboratorio o strumentali, trattamento ambulatoriale) l’anno. Inoltre una persona con diabete su 6 viene ricoverata almeno una volta l’anno. Le persone con diabete vengono ricoverate il doppio rispetto ai non diabetici e la loro permanenza in ospedale durante un ricovero è in media di 1,5 giorni più lunga degli altri. Gran parte delle persone con diabete presenta complicanze e comorbidità (che sono in realtà vere e proprie complicanze della malattia), come testimoniato dal maggior numero di farmaci assunti, dal maggiore numero di esami di laboratorio e strumentali, di visite specialistiche e di ricoveri ospedalieri rispetto ai non diabetici.

Con quali farmaci si curano le persone con diabete in Italia. Il 96 per cento delle persone con diabete assume un farmaco anti-diabete o per altre patologie; in generale, le persone con diabete assumono un numero di farmaci doppio rispetto alla popolazione generale. Il 26 per cento dei pazienti assume insulina (da sola o in associazione ad altri farmaci); il 44 per cento della spesa farmaceutica per gli anti-diabete è assorbito dagli analoghi dell’insulina. Fra i farmaci usati per la terapia del diabete, si registra un incremento dei principi attivi più nuovi (sono in terapia con inibitori di DDP4 il 14 per cento delle persone con diabete, con gli analoghi di GLP-1 dal 5 per cento e con gli inibitori di SGLT2 un altro 5 per cento dei pazienti) ma con percentuali di utilizzo ancora molto al di sotto di quanto raccomandato dalle linee guida; solo una persona con diabete su 4 nel nostro Paese è in trattamento con i farmaci arrivati negli ultimi dieci anni. La spesa per queste nuove molecole ammonta tuttavia al 35 per cento del totale. Il farmaco più usato per il trattamento del diabete resta la metformina (la assume l’80 per cento dei soggetti); una persona con diabete su 5 continua ad assumere sulfaniluree e il 9 per cento repaglinide. “Anche alla luce delle ultime linee guida di trattamento – sottolinea il professor Bonora –  il fatto che il 31 per cento dei pazienti sia ancora in trattamento con sulfaniluree o con repaglinide, merita un’attenta riflessione, nell’ambito della quale va ricordato che i nuovi farmaci possono ancora essere prescritti solo dagli specialisti”.

I farmaci anti-diabete più prescritti. L’insulina glargine è la più prescritta fra gli analoghi basali dell’insulina, l’insulina lispro fra gli analoghi rapidi. Gliclazide è la sulfonilurea più prescritta, sitagliptin è il più usato tra gli inibitori DPP-4, empagliflozin il più prescritto fra gli inibitori di SGLT-2 e dulaglutide tra gli agonisti del recettore GLP-1 (analoghi GLP-1). Le combinazioni fisse di glibenclamide, pioglitazone, inibitori DPP-4 e inibitori SGLT-2 con metformina sono generalmente più prescritte delle rispettive monoterapie.

Ma le persone con diabete si controllano in maniera adeguata? La maggior parte delle persone con diabete nel corso dell’anno riceve più prestazioni specialistiche e con frequenze maggiore dei non diabetici. Preoccupa tuttavia il fatto che il 24 per cento delle persone con diabete (cioè un diabetico su 4) non faccia nel corso dell’anno nemmeno un esame del sangue per valutare parametri di laboratorio essenziali nel monitoraggio della malattia e che il 31 per cento (dunque quasi 1 su 3) non effettui alcuna visita specialistica. In particolare, l’emoglobina glicata (HbA1c), che dovrebbe essere misurata in tutti i diabetici almeno due volte l’anno, risulta prescritta almeno una volta nell’anno solo nel 63 per cento dei pazienti; anche il dosaggio del colesterolo e della creatinina sono stati eseguiti solo nel 61 per cento e nel 63 per cento dei soggetti rispettivamente. Prescrizioni inferiori a quanto raccomandato nelle linee guida si sono osservate anche per visita oculistica e microalbuminuria. E le cose non vanno meglio sul versante dell’automonitoraggio della glicemia, che viene effettuato solo da una persona con diabete su due, quando invece a farlo dovrebbero essere tutti (anche se con una frequenza di controlli giornalieri diversa a seconda del quadro clinico e delle terapie effettuate).

Donne e diabete: tanto lavoro ancora da fare. Le donne con diabete ricevono meno assistenza degli uomini; alle donne vengono prescritti meno farmaci e meno dispositivi rispetto agli uomini, fanno meno esami e meno visite specialistiche. I dati sulle gravidanze evidenziano inoltre quanto sia frequente il diabete gestazionale fra le donne di altra etnia o provenienti da altri paesi che vivono in Italia.

 

Antibiotico-resistenze: “Troppi casi ed elevati costi, che fare? Partiamo da monitoraggi e controlli già a livello regionale, utilizzando un approccio integrato e condiviso ospedale/territorio”

 Per l’OMS la diffusione dell’antibiotico-resistenze nel 2050 causerà 10 milioni di morti

Antibiotico-resistenze: “Troppi casi ed elevati costi, che fare? Partiamo da monitoraggi e controlli già a livello regionale, utilizzando un approccio integrato e condiviso ospedale/territorio”

L’Italia, con oltre 200mila infezioni e 10mila morti è tra i paesi Europei che presenta il maggior numero di casi e di morti attribuibili ad infezioni sostenute da batteri antibiotico-resistenti con un impatto economico pari a circa 320 milioni di euro e che si attesterà attorno ai 2 miliardi nel 2050 in assenza di specifici interventi di Sanità Pubblica Padova, 22 novembre – Valorizzare l’innovazione con la definizione di criteri ad hoc per gli antibiotici e implementare attività di Antimicrobial stewardship, promuovendo appropriatezza terapeutica sia a livello ospedaliero che territoriale. Questo l’obiettivo dell’incontro ‘BIG ASL E BIG HOSPITAL QUALI OBIETTIVI CONDIVISI E QUALI CRITICITÀ ORGANIZZATIVE?’ organizzato da MOTORE SANITA’ e realizzato grazie al contributo incondizionato di MSD, alla presenza di Istituzioni e professionisti del mondo della Sanità italiana. In Italia, la proporzione di infezioni resistenti agli antibiotici è cresciuta da 17% nel 2005 a 30% nel 2015 e potrà raggiungere il 32% nel 2030. Sarebbe quindi indispensabile, per ovviare alla crescita del fenomeno delle antibiotico-resistenze, operare soluzioni non solo a livello nazionale, bensì partire a livello regionale e locale con monitoraggi e controlli secondo un approccio integrato e condiviso ospedale territorio. “Per combattere l’antibiotico-resistenza bisogna formare professionisti sanitari sul percorso da tracciare in modo che le Regioni parlino la stessa lingua e si riesca così a raccogliere dati omogenei sul territorio. C’è la necessità di avere sistemi informativi integrati tra diversi professionisti sanitari. Definire indicatori comuni, per rendere effettiva l’implementazione dei protocolli, anche pochi e precisi, ma su questi avviare il monitoraggio. Decidere percorsi strutturati ospedale/territorio e associarli ad indicatori prescelti, introducendo modelli organizzativi innovativi che abbattano i silos, attraverso una gestione multidisciplinare del processo. Ma è allo stesso tempo importante prevedere l’utilizzo della telemedicina per poter offrire consulenza infettivologica a distanza. E da ultimo, ma non meno importante, immaginare momenti di incontro periodico, per discutere dei risultati, alla presenza di infettivologi, al fine di lavorare in sinergia con i diversi professionisti e operatori sanitari coinvolti”, ha spiegato Luciano Flor, Direttore Generale AOU Padova Ufficio stampa.

#AdessoBasta: i medici di famiglia in piazza Arriva il 21 novembre in Calabria il tour della FIMMG

#AdessoBasta: i medici di famiglia in piazza Arriva il 21 novembre in Calabria il tour della FIMMG

Il camper sarà a SANTA SEVERINA (KR), in Piazza Campo, dalle 10 alle 13 Dopo aver toccato le regioni del Nord, il camper della FIMMG, capitanato dal segretario generale nazionale Silvestro Scotti, riprende il suo viaggio e dopo aver
sostato nelle regioni del Centro arriva in Calabria. Il tour nasce con lo scopo di ascoltare le esigenze dei cittadini italiani che sono anche, tutti, assistiti e pazienti dei medici di medicina generale, per poter avanzare al Governo del Paese richieste che tengano in considerazione i reali bisogni sanitari e sociosanitari della popolazione. “In una regione da nove anni in Piano di rientro, ampi margini di miglioramento sono possibili nel sistema Sanitario Calabrese potenziando la Medicina Generale. Trasferire quindi, come è corretto fare, molti servizi che oggi intasano gli Ospedali. Perché tutto ciò avvenga, occorre incentivare la Regione ad istituire modelli organizzativi idonei, in una logica di erogazione del miglior servizio per i cittadini in un clima di fiducia. Per supportare l’incentivazione, vengono utilizzati due strumenti: l’incremento di risorse e la loro erogazione, in funzioni di obiettivi condivisi e raggiunti”, queste le parole di Giuseppe Varrina, Segretario Regionale FIMMG Calabria

#AdessoBasta: i medici di famiglia in piazza Arriva il 19 novembre in Puglia il tour della FIMMG

#AdessoBasta: i medici di famiglia in piazza Arriva il 19 novembre in Puglia il tour della FIMMG

Il camper sarà a Bari in Via Gentile, 52
(presso l’Assessorato alla Salute Puglia) dalle 10 alle 12 e
a Galatina in Piazza Alighieri dalle 14,30 alle 17

Dopo aver toccato le regioni del Nord, il camper della FIMMG, capitanato dal segretario generale nazionale Silvestro Scotti, riprende il suo viaggio e dopo aver sostato nelle regioni del Centro arriva in Puglia. Il tour nasce con lo scopo di ascoltare le esigenze dei cittadini italiani che sono anche, tutti, assistiti e pazienti dei medici di medicina generale, per poter avanzare al Governo del Paese richieste che tengano in considerazione i reali bisogni sanitari e sociosanitari della popolazione.
“Lo sviluppo organizzativo delle cure primarie con microteam composti da medici, collaboratori ed infermieri pone la medicina generale della Puglia in condizione di avviare l’utilizzo della diagnostica di I livello, introdotto dall’ipotesi di legge di bilancio. Il Care Puglia 3.0 è il modello di gestione che prevede proprio l’erogazione di prestazioni di telemedicina come ecg, spirometria, fondo oculare negli studi dei medici di famiglia. Siamo pronti ad avviare la sperimentazione dal 1° gennaio 2020. È una grande occasione per una regione del sud di diventare punto di riferimento rispetto allo sviluppo di nuovi modelli assistenziali all’interno del SSN”, ha spiegato Nicola Calabrese, Segretario FIMMG Bari e Vicesegretario Nazionale
«Occorre portare avanti nella Regione un ulteriore miglioramento dell’assistenza sul territorio per poter soddisfare meglio i bisogni di salute dei nostri assistiti e per offrire loro un efficiente servizio di prossimità, dotando i medici di famiglia del supporto di figure professionali complementari, della possibilità di eseguire esami di diagnostica di I livello e di prescrivere anche i farmaci con piano terapeutico, in modo da snellire le liste d’attesa e facilitare l’accesso alle cure. Le tappe di Bari e di Galatina (Lecce) del tour serviranno a raccogliere dal territorio le esigenze assistenziali e comprendere dai cittadini le loro aspettative rispetto ai medici di famiglia, anche in virtù della riorganizzazione della rete ospedaliera, di quella territoriale e dell’attivazione del progetto Puglia Care 3.0. #AdessoBasta vuol dire medici vicini ai cittadini sempre. Anche nell’ascolto dei loro bisogni,” queste le parole di Donato Monopoli, Segretario Generale Regionale della FIMMG PUGLIA

Domenico Mantoan è il nuovo presidente del CdA dell’Agenzia Italiana del Farmaco

Domenico Mantoan è il nuovo presidente del CdA dell’Agenzia Italiana del Farmaco

di Redazione

Roma 11 Novembre 2019- Si è insediato il nuovo Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFa), Domenico Mantoan. “Ringrazio il Ministro della Salute Roberto Speranza e tutti i rappresentanti della Conferenza Permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome per avermi scelto per un incarico tanto prestigioso e così importante per la sanità pubblica italiana – ha dichiarato il neo presidente – Metterò al servizio di AIFa le mie conoscenze, quanto ho imparato in questi ormai tanti anni di impegnonel settoresanitario, con la consapevolezza che la gestione del farma è strategica per il futuro del nostro sistema. Sarà un onore – ha concluso Mantoan – affiancare il direttore generale, i colleghi del Consiglio di Amministrazione e tutto il personale dell’Agenzia, impegnati per garantire ai pazienti l’accesso a farmaci sicuri, efficaci e di qualità”. “Voglio dare il benvenuto ed esprimere le mie congratulazioni a Domenico Mantoan – ha commentato il direttore generale dell’AIFa Luca Li Bassi – augurandogli buon lavoro a nome di tutta l’Agenzia. Sono certo che con la sua consolidata esperienza in materia di politica sanitariaapporterà un indiscusso valore aggiunto all’operato quotidiano dell’AIFa a beneficio della salute dei cittadini”.

Ministero della Salute: ecco la ‘Campagna di comunicazione sull’influenza 2019-20’

Ministero della Salute: ecco la ‘Campagna di comunicazione sull’influenza 2019-20

di Redazione

Roma. 11 Novembre 2019- L’influenza rappresenta un serio problema di sanità pubblica e una rilevante fonte di costi diretti e indiretti per la gestione dei casi e delle complicanze della malattia e l’attuazione delle misure di controllo. Le sindromi simil-influenzali (ILI) colpiscono ogni anno il 9% della popolazione italiana, con un minimo del 4%, osservato nella stagione 2005-06, e un massimo del 15%, registrato nella stagione 2017-18 (Fonte: FluNews Italia 2018). Non dimentichiamo, inoltre, che in Italia l’influenza è una delle 10 principali cause di morte. 

Obiettivi della campagna. Come riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale, la misura più efficace per prevenire l’influenza, sia per il singolo che per la collettività, è la vaccinazione. In base all’Accordo del 1° agosto 2109 della Conferenza Stato-Regioni sul documento Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2019-2020, il Ministero ha diramato, anche quest’anno, le raccomandazioni sull’impiego del vaccino antinfluenzale. Oltre alla vaccinazione, si raccomandano anche misure di protezione personali non farmacologiche, utili per ridurre la trasmissione del virus dell’influenza:

  • l’igiene respiratoria (contenimento della diffusione derivante da starnuti e colpi di tosse con la protezione della mano o di un fazzoletto)

  • il lavaggio frequente e accurato delle mani.

Altro obiettivo della campagna, oltre alla promozione della vaccinazione, è quello di raccomandare il corretto uso degli antibiotici, ai quali non si deve ricorrere in caso di infezioni virali come l’influenza.

Target. La popolazione generale e in particolare i destinatari dell’offerta gratuita del vaccino.

Strumenti e mezzi. Per la campagna di comunicazione è stato realizzato uno spot televisivo della durata di 30”, che richiama le principali misure da adottare, allo scopo di proteggere se stessi e gli altri dalla diffusione della malattia, rimandando gli approfondimenti al sito www.salute.gov.it. Nello spot si sottolinea anche l’importanza di non ricorrere all’uso degli antibiotici in caso di influenza. Lo spot video sarà veicolato sulle reti RAI negli spazi messi a disposizione gratuitamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri alle pubbliche amministrazioni e dall’8 novembre anche su alcune emittenti commerciali (Sky, Fox Channel, Fox Life, Sky Tg