Terapie geniche: finanziamento per l’accesso all’innovazione e alla sostenibiltà per il Ssn

Terapie geniche: finanziamento per l’accesso all’innovazione e alla sostenibiltà per il Ssn

di Redazione

Roma. 14 ottobre 2019 – Presentata una nuova analisi condotta dall’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (ALTEMS) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sul modello di pagamento value-based: un approccio innovativo in grado di tenere conto dell’impatto a lungo termine di questi nuovi trattamenti capaci di cambiare definitivamente la vita dei pazienti. In questa occasione alcuni dei più autorevoli esponenti del sistema salute si sono riuniti per confrontarsi su come il sistema sanitario debba affrontare le opportunità e le sfide aperte dall’arrivo delle terapie avanzate in termini di accesso e sostenibilità. L’evento è stato promosso da ALTEMS, Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con lo studio legale LS Cube e realizzato con il contributo incondizionato di bluebird bio, azienda biotech focalizzata nella ricerca sulla terapia genica per lo sviluppo di trattamenti per gravi patologie genetiche rare e tumori. Le terapie avanzate stanno ormai diventando una realtà in grado di modificare la storia naturale di diverse patologie gravi, con opzioni di trattamento fino ad oggi limitate e con importanti bisogni di salute non soddisfatti. Si tratta della frontiera più avanzata della cosiddetta medicina personalizzata: trattamenti basati su metodologie e tecniche complesse sviluppate a partire dalle cellule stesse dei singoli pazienti e in grado di agire sulla causa genetica all’origine delle patologie, determinando benefici per i pazienti potenzialmente a vita.

Nel prossimo decennio si prospetta un’ondata di terapie avanzate: entro il 2030 potrebbero essere lanciate a livello globale fino a 60 nuove terapie cellulari e genetiche, curando complessivamente circa 350.000 pazienti e circa 50.000 pazienti all’anno. Ma l’introduzione di queste terapie – che segnano un passaggio epocale nel trattamento di diverse malattie rare e oncologiche – non può prescindere da un ripensamento dell’intero sistema salute che deve essere preparato ad accogliere queste innovazioni rendendole effettivamente disponibili per i pazienti. In particolare, i modelli di pagamento e finanziamento tradizionali, pensati per farmaci in grado di trattare patologie acute o croniche e basati sul costo unitario del prodotto o della procedura, non considerano in modo adeguato l’impatto a lungo termine dei trattamenti innovativi. L’analisi “Value-Based Pricing per la terapia genica per i pazienti affetti da β-talassemia trasfusione dipendenti”, elaborata da ALTEMS, ha l’obiettivo di definire uno schema di pagamento per una terapia genica per i pazienti affetti da β- talassemia che possa garantire da un lato l’accesso dei pazienti al farmaco e, dall’altro, la sostenibilità per il Servizio Sanitario Nazionale e il rispetto del principio di salute universale che caratterizza il sistema italiano.

Sulla base delle evidenze reperite in letteratura e di un modello che simula l’impatto sul budget del SSN in due differenti scenari, un sistema di finanziamento basato su una rateizzazione annuale è risultato, ad oggi, il modello più adatto per garantire equilibrio tra l’accesso per i pazienti alle cure più innovative e la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale. Tale modello si basa sul rimborso della terapia su un orizzonte temporale pluriennale, dando così valore a terapie in grado di rispondere a bisogni di salute non ancora soddisfatti e al tempo stesso garantendo, nel breve termine, lo sblocco e la riallocazione di risorse da investire in altri ambiti sanitari. I vantaggi di questo modello includono il potenziale di premiare l’innovazione realmente funzionante e di allineare meglio i costi con il periodo di tempo oltre il quale i benefici sono tangibili nel paziente, riducendo così il budget di impatto iniziale e il costo, considerato, nel caso di terapie geniche o altamente innovative, la principale barriera di accesso per i pazienti idonei al trattamento”, ha spiegato il Professor Americo Cicchetti, direttore ALTEMS, Università Cattolica del Sacro Cuore.

Nello specifico, il modello ha simulato l’impatto economico per il SSN della terapia genica per la β- talassemia trasfusione-dipendente in due differenti scenari. Nel primo, il costo pieno della terapia genica è sostenuto interamente al momento della somministrazione al paziente e del compimento delle procedure insite nel processo di cura. Nel secondo, tale pagamento viene rateizzato in un orizzonte temporale di 5 anni e legato all’efficacia del trattamento. “Le terapie avanzate rappresentano una rivoluzione epocale nell’ambito della medicina essendo destinate a cambiare la storia naturale di molti pazienti affetti da patologie neoplastiche o non maligne, migliorandone significativamente la prospettiva e qualità di vita. Si tratta di una vera opportunità per i pazienti, ma anche di una sfida per il nostro SSN, a oggi meritoriamente orientato in una prospettiva solidaristica che garantisce indistintamente a tutti i cittadini del nostro Paese l’accesso ai migliori trattamenti e che, ancora una volta, potrebbe avere il primato a livello internazionale, come già avvenuto con l’introduzione dei MEA, criteri di innovatività per i farmaci innovativi e lo screening neonatale. Studiare modelli innovativi di pagamento per le terapie avanzate che garantiscano da un lato l’accesso dei pazienti a queste nuove terapie e, dall’altro, la sostenibilità per il SSN è, dunque, quanto mai prioritario”, ha spiegato Franco Locatelli, ordinario di Pediatria, Università ‘La Sapienza’ di Roma e Direttore del Dipartimento di Oncoematologia e Terapia Cellulare e Genica dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

“Usando il Dna come se fosse un farmaco, la terapia genica è vicina a diventare realtà non pretendendo di inventare nuovi geni, ma di correggere quelli che non funzionano, moltiplicando l’efficacia di alcuni e riducendo al silenzio altri. Cura, mettendo la persona in condizione di curare se stessa con il suo DNA, dopo averlo riparato in una logica di medicina che è al tempo stesso di altissima precisione e di massima personalizzazione. Un piccolo capolavoro in cui natura e cultura trovano un nuovo punto di equilibrio. In questa ottica il costo della terapia genica non può rappresentare un ostacolo all’accesso a terapie innovative potenzialmente curative per i pazienti. Pensare a modelli di pagamento innovativi come una soluzione è un obbligo sociale e i pagatori devono iniziare a mettersi in discussione cambiando il paradigma: sviluppare modelli non su orizzonti temporali brevi in linea con i loro budget di spesa annuali, ma per un più lungo periodo di tempo, in modo che i costi possano essere coperti insieme alla realizzazione di benefici, non solo clinici ma anche sociali, come la capacità produttiva nei giovani pazienti”, ha concluso la senatrice Paola Binetti, Presidente dell’Integruppo parlamentare malattie rare e membro della Commissione Permanente Igiene e Sanità del Senato.

I prodotti medicinali per le terapie avanzate, cioè terapia genica, medicina rigenerativa e cellulare, immunoterapia, rappresentano una nuova frontiera e una nuova speranza, non solo per i pazienti affetti da malattie rare, ma per tutti i pazienti. La medicina “personalizzata”, non è più il futuro, ma sta diventando il presente e rappresenta la vera sfida per la sostenibilità del SSN. Per vincerla, va ripensato il sistema di valutazione della spesa sanitaria, non più costo ma investimento che può migliorare la salute e la vita non solo per il singolo paziente, ma per tutta la società in cui vive”, ha affermato l’onorevole Rossana Boldi, Vice Presidente Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati.

In aumento il numero delle donne medico ma solo una su dieci riesce a fare carriera

In aumento il numero delle donne medico ma solo una su dieci riesce a fare carriera

di Redazione

Roma. 14 ottobre 2019 – Il numero delle donne medico in Italia aumenta di anno in anno. Nel 2017 sono il 44% (ultimi dati della Ragioneria Generale dello Stato elaborati dall’Anaao Assomed) dei 105 mila camici bianchi dipendenti del SSN. Le Regioni con il maggior numero di “camici rosa” sono la Sardegna (56%), seguita da Emilia Romagna (51%) e Veneto (50%). Chiude la classifica la Campania con il 31%. Nella fascia d’età 40-44 anni le donne sono il 60% del totale dei medici, mentre dopo i 50 anni la prevalenza è maschile, con una rappresentanza di medici uomini tra i 55-59 anni del 64%  e dopo i 60 anni del 72%. Ma il sorpasso, che sarà nei prossimi anni sempre più evidente, è ancora solo nei numeri. Alle donne è infatti preclusa la possibilità di fare carriera: solo 1 su 50 diventa Direttore di Struttura Complessa e 1 su 13 responsabile di Struttura Semplice. E anche nelle discipline in cui è più elevata la quota di donne tra i medici, la loro presenza nelle posizioni apicali è molto bassa (Pediatria 10%, psichiatria 25%, Ginecologia e ostetricia 17%).

Sono questi i numeri che aprono la terza Conferenza Anaao Donne in programma oggi e domani a Genova. Un’occasione per fare il punto sugli ostacoli della vita in corsia, sui problemi che inibiscono il decollo professionale delle donne medico e le soluzioni che il sindacato può e deve trovare. Il contratto di lavoro siglato il 24 luglio va proprio in questa direzione, grazie anche all’intervento dell’Anaao Assomed: salario intero, compreso il trattamento accessorio, per il congedo di maternità e di paternità; monte ore annue di 18 ore per assenze per visite, terapie e prestazioni specialistiche senza decurtazioni stipendiali; ulteriore monte ore di 18 ore annue per assenze per particolari motivi personali e familiari retribuite; ferie estive garantite (15 giorni) nel periodo 15 giugno–15 settembre per i dipendenti con figli nella scuola dell’obbligo. Inoltre l’Organismo Paritetico potrà avanzare proposte su temi importanti come: conciliazione dei tempi di vita e lavoro; esenzione dalle guardie a 62 anni; incremento della percentuale di part time dal 3 al 7%.

A partire dal titolo di questa Conferenza ci schieriamo per un futuro che sia sempre più orientato dalle donne. Curiosamente – fa notare Sandra Morano, coordinatrice dell’Area –  il momento della massima svalutazione del SSN coincide con la più grande ondata di mano d’opera sanitaria femminile. Le donne scelgono la professione di cura come prima, e forse più congeniale, opzione, mentre gli uomini la stanno abbandonando perché meno prestigiosa, anche economicamente. Ma per la professione medica non passa solo da qui l’urgenza di un necessario recupero di autorevolezza. Recupero non facile né scontato, ma che toccherà giocoforza alle donne, in maggioranza nei prossimi anni, mettere in atto”.

Il cambiamento necessario – commenta Carlo Palermo, Segretario Nazionale Anaao Assomed – richiede tempo, ma soprattutto politiche che lo assumano come necessità per trasferire una visione di genere nei contratti di lavoro, nelle leggi, nella prassi, ed evitare che la crescita delle donne in sanità sia derubricata a semplice fenomeno di costume. È giunto il momento che la sanità  abbandoni  un  modello  unicamente  maschile e  si  avvii  velocemente  verso  la  declinazione  di  ritmi  e  organizzazione del lavoro che tenga conto della presenza delle donne. E il sindacato di fronte a questi numeri deve ripensare se stesso, in termini di servizi offertie di obiettivi organizzativi su cui impegnare 

energie e risorse per creare migliori condizioni lavorative per i medici del SSN, uomini o donne che siano”.

Per l’Eurostat sono la Sicilia e la Campania le regioni più povere del continente europeo

Per l’Eurostat sono la Sicilia e la Campania le regioni più povere del continente europeo

di Redazione

Napoli. 14 ottobre 2019 – In Sicilia e Campania più del 40 per cento della popolazione è a rischio povertà, ha cioè un reddito disponibile dopo i trasferimenti sociali inferiore al 60% di quello medio nazionale. Si tratta del livello più alto in Unione Europea. Lo si legge nei dati Eurostat 2018 sul rischio di povertà nelle Regioni che spiegano come il dato sia legato al confronto nazionale e non implichi quindi necessariamente un basso tenore di vita. In Campania la percentuale di coloro che sono a rischio povertà è del 41,4% (era 34,3% nel 2017) mentre in Sicilia è in calo al 40,7%. La situazione migliora in Calabria dove le persone a rischio di povertà sono il 36,4%.

Esaminando il rischio di povertà ed esclusione sociale che tiene conto non solo del reddito disponibile confrontato con la media nazionale ma anche della grave deprivazione materiale e delle famiglie nelle quali è molto bassa l’intensità di lavoro Campania e Sicilia rimangono  comunque le regioni europee nelle quali questa percentuale è più elevata. In Campania è a rischio di povertà o esclusione sociale più della metà della popolazione (il 53,6%) con un incremento significativo rispetto al 2017 (era il 46,3%) e il dato peggiore dal 2004, anno di inizio delle serie storiche. In Sicilia il tasso di povertà o esclusione sociale è al 51,6%, in flessione dal 52,1% del 2017. Secondo l’Eurostat mentre migliora complessivamente il risultato italiano (dal 28,9% al 27,3% le persone a rischio di povertà o esclusione nel complesso nel 2018) in Campania la situazione peggiora.

Osservando le persone che vivono in famiglie nelle quali vi è una bassa intensità di lavoro (dove le persone che hanno tra i 18 e i 60 anni, esclusi gli studenti, hanno lavorato meno del 20% del loro potenziale negli ultimi 12 mesi) Campania e Sicilia sono comunque tra le tre peggiori in Europa. Dopo la regione spagnola di Ceuta (34,6%) c’è la Sicilia dove oltre un quarto della popolazione vive in famiglie con bassa intensità di lavoro (il 25,8%, in crescita dal 23,7% del 2017). In Campania è in questa situazione un quinto della popolazione (il 20,9%, in calo rispetto al 23,5% del 2017). In Italia la percentuale nel 2018 è all’11,3%, in calo rispetto all’11,8% del 2017.

Obesity Day: quindici società scientifiche firmano la carta della persona con obesità

Obesity Day: quindici società scientifiche firmano la carta della persona con obesità

di Redazione

Roma. 10 ottobre 2019 – “L’obesità è una malattia potenzialmente mortale, riduce l’aspettativa di vita di 10 anni, ha gravi implicazioni cliniche ed economiche, è causa di disagio sociale spesso tra bambini e gli adolescenti e favorisce episodi di bullismo. Eppure, l’Italia e l’Europa, sino ad oggi, hanno guardato altrove! Per questo si richiede un impegno sinergico da parte delle Istituzioni, delle Società Scientifiche, delle Associazioni di Pazienti e dei Media che tuteli la persona con obesità e ne riconosca i diritti di paziente affetto da patologia”. Con questo appello l’ADI, Associazione Italiana di Dietetica e nutrizione clinica, la sua Fondazione e l’Italian Obesity Network, IO-NET hanno sottoscritto alla Camera dei Deputati la “Carta dei diritti e dei doveri della persona con obesità”, insieme ad altri 12 firmatari tra società scientifiche, associazioni di pazienti e cittadini, fondazioni e CSR attive nella lotta all’obesità in Italia: Intergruppo parlamentare “Obesità e Diabete”- ANCI; Amici Obesi; CittadinanzAttiva; CSR Obesità; SIEDP; SIMG; SICOB; SIE; IBDO Foundation; FO.RI.SIE e OPEN Italia; ADI; SIO; IWA.

La Carta firmata in occasione della presentazione della 19ma edizione dell’Obesity Day, la campagna di sensibilizzazione e prevenzione dell’obesità, promossa tutti gli anni il 10 ottobre dall’ADI, per tramite della sua Fondazione, vuole essere uno strumento di advocacy, sensibilizzazione e dialogo con le istituzioni per:

. riconoscere l’obesità come malattia cronica caratterizzata da elevati costi economici e sociali;

. definire i ruoli degli specialisti che si occupano di tale patologia; assicurare alla persona il pieno accesso alle cure e ai trattamenti dietetico-alimentari, farmacologici e chirurgici e definire le prestazioni di cura e le modalità per il rimborso delle stesse;

. promuovere programmi per la prevenzione dell’obesità infantile e per la lotta alla sedentarietà; implementare un Piano Nazionale sull’obesità condiviso con tutte le Regioni per sviluppare interventi basati sull’unitarietà di approccio e una migliore organizzazione dei servizi;

. tutelare la persona in tutti gli ambiti sociali, culturali e lavorativi, da fenomeni di bullismo e combattere lo stigma del peso.

Se vogliamo porre fine allo stigma dell’obesità – ha dichiarato Antonio Caretto, presidente della Fondazione ADI – È importante adeguare il nostro linguaggio e i nostri comportamenti aumentando la consapevolezza e migliorando la nostra conoscenza dell’impatto che la patologia ha sulla salute e tutelando i diritti della persona con obesità.” Il documento prende, infatti, spunto dalla Dichiarazione universale dei diritti umani; dalla Costituzione Italiana; dalla Carta Europea dei Diritti del Malato; dallo Studio ACTION-IO; dalla roadmap elaborata da OPEN Italia e dalle raccomandazioni della World Obesity Federation per la lotta allo stigma e alla discriminazione della persona con obesità. “La Carta, richiamandosi ai diritti della persona, si appella implicitamente al principio di uniformità delle azioni in essa contenuta affinché vengano applicate e rispettate su tutto il territorio nazionale – ha sottolineato Giuseppe Fatati, presidente IO-NET – Inoltre candida le associazioni e le società scientifiche a un ruolo di controllore di queste azioni, attraverso una attività di advocacy, perché i diritti delle persone con obesità sono gli stessi dei diritti umani e sociali delle persone senza obesità”.

Per affrontare la malattia è necessario investire sulla formazione, sull’ampliamento e sul coordinamento delle organizzazioni sanitarie del Paese affinché vengano offerti ai pazienti cure e trattamenti appropriati e omogenei su tutto il territorio – aggiunge Giuseppe Malfi, presidente ADI – Non tutte le strutture sanitarie sono ancora dotate di centri di dietetica e nutrizione clinica, mentre tra quelle esistenti sono rari i casi di reale interdisciplinarità degli ambiti medici. Solo riconoscendo l’obesità come malattia possiamo rendere omogenea l’assistenza sanitaria e abbattere le barriere dei sensi di colpa, dei pregiudizi socio-culturali”.

Cancro alla prostata, un nuovo metodo diagnostico potrebbe sostituire il test PSA

Cancro alla prostata, un nuovo metodo diagnostico potrebbe sostituire il test PSA

di Redazione

Roma. 10 ottobre 2019 – Un nuovo Test ideato nei laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità, potrebbe essere in grado di diagnosticare il tumore alla prostata senza ricorrere alla biopsia. Il metodo, i cui risultati sono stati pubblicati su ‘Cancers’ è stato messo a punto grazie a uno studio clinico prospettico frutto di una collaborazione con l’Unità di Neuroimmunologia dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia e con il Dipartimento di Scienze Urologiche del Policlinico Umberto I di Roma. Il nuovo test è stato applicato su 240 campioni, dimostrandone la precisione diagnostica pari al 100 per cento di specificità (nessun falso positivo) e al 96 per cento di sensibilità. In base a questi risultati su 100 pazienti 96 potrebbero non avere bisogno di ulteriori approfondimenti diagnostici e con l’allargamento della base dei dati si potrà arrivare, in tempi relativamente brevi, a una procedura decisionale ottimale che renderà necessarie ulteriori analisi invasive a numero minimo di pazienti. Ciò renderà possibile cambiare in modo significativo la gestione clinica del paziente colpito da cancro alla prostata consentendo anche di intervenire con una prevenzione secondaria molto più efficace basata sia su terapia chirurgica che medica.

Fino ad oggi il dosaggio della PSA sierica – cioè il dosaggio dell’antigene prostatico specifico non era in grado di operare efficacemente la discriminazione tra le patologie maligne e quelle benigne che spesso coesistono nello stesso paziente – afferma Stefano Fais del Dipartimento Oncologia e Medicina Molecolare dell’Istituto Superiore di Sanità – grazie a questo nuovo test, invece, attraverso un semplice prelievo ematico è possibile diagnosticare la natura della neoplasia grazie alla possibilità di caratterizzare e quantificare i livelli plasmatici di exosomi che esprimono la PSA”. Gli exosomi (vescicole extracellulari di dimensioni nanometriche), che la gran parte delle cellule del nostro organismo rilasciano, servono infatti a trasportare e a scambiare diversi tipi di molecole tra le cellule, tanto da essere considerate ormai la principale sorgente di biomarcatori di malattia. Nel caso del cancro prostatico trasportano una PSA che per molti aspetti è diversa dalla classica PSA solubile presente nel siero. Nello studio sono state dimostrate, grazie al confronto dei valori della PSA sierica con quelli degli EXO-PSA, l’elevata sensibilità e la specificità del Test rispetto all’incapacità della PSA sierica nel distinguere il cancro della prostata da tutte le altre condizioni, compresa l’iperplasia prostatica benigna.

Si tratta di un Test di altissima precisione – afferma Alessandro Sciarra del Dipartimento di Scienze Materno infantili e Scienze urologiche del Policlinico Umberto I – vantaggioso innanzitutto per i pazienti che non devono sottoporsi a ulteriori indagini invasive e psicologicamente non devono sopportare lo stress dell’attesa dei risultati. Inoltre, l’uso diffuso di questo test può notevolmente ridurre la spesa sanitaria, evitando cioè i costi di ulteriori approfondimenti diagnostici”. Quindi, in base ai dati dello studio pubblicato su Cancers saranno possibili studi di screening basati su EXO-PSA sulla popolazione maschile a livello mondiale. Per l’Istituto Superiore di Sanità hanno partecipato al lavoro, oltre a Stefano Fais, Mariantonia Logozzi, dello stesso dipartimento che ha messo a punto ed eseguito la totalità dei test, mentre l’analisi statistica è stata eseguita, in collaborazione con il Dipartimento Ambiente e Salute, da Alessandro Giuliani. Il policlinico Umberto I ha curato sia la raccolta dei dati clinici dei pazienti che la raccolta dei campioni e L’IRRCS Fondazione Santa Lucia di Roma, grazie alla collaborazione di Daniela Angelini, ha messo a punto le analisi cito-fluorimetriche.

Studio Fimmg, cadute degli anziani ridotte del 20 per cento grazie al medico di famiglia

Studio Fimmg, cadute degli anziani ridotte del 20 per cento grazie al medico di famiglia

di Redazione

Roma. 10 ottobre 2019 – Il medico di famiglia, attraverso un’attività di informazione e prevenzione, può contribuire a ridurre di circa il 20% il numero delle cadute degli anziani e di circa il 45% il numero di accessi al pronto soccorso. È quanto emerge dallo studio PREMIO (Studio di Prevenzione primaria delle cadute domiciliari in pazienti anziani a rischio), realizzato dalla Scuola di Ricerca della FIMMG in collaborazione con il Centro Ricerche San Raffaele Roma e presentato nell’ambito del 76° Congresso nazionale FIMMG-Metis a Villasimius (Cagliari). «FIMMG, considerando come il medico di medicina generale per il suo ruolo sul territorio caratterizzato dal rapporto di fiducia con l’assistito e la continuità nel tempo dell’assistenza sia l’interlocutore privilegiato per l’implementazione di programmi di prevenzione, ha voluto realizzare questo studio che ha l’obiettivo primario di analizzare la differenza annuale, in termini di tasso di cadute riportate, tra un gruppo di pazienti non informati (CONTROLLO) e un gruppo di pazienti a cui viene offerto un programma di intervento coordinato dal MMG (INTERVENTO)» sottolinea una nota della federazione.

«118 ricercatori – spiega – hanno arruolato 1747 pazienti di oltre 65 anni, divisi in due gruppi, seguendoli nell’arco di 12 mesi. Al gruppo di intervento è stata offerta una serie di iniziative informative – educazionali finalizzate a ridurre il rischio ambientale di cause di cadute e un programma settimanale di attività fisica da svolgere a casa». «I risultati preliminari dello studio PREMIO – continua il comunicato – mettono in evidenza una riduzione di circa il 20 per cento di cadute complessive degli anziani appartenenti al Gruppo di intervento, con una significativa riduzione degli accessi al pronto soccorso, tra i due Gruppi di circa il 45 per cento, oggi intasati a causa degli innumerevoli accessi impropri». «La medicina generale ha condotto con grande impegno questo studio dimostrando capacità di svolgere studi di popolazione – ha sottolineato Walter Marrocco, direttore della Scuola di Ricerca della FIMMG – pur affrontando una serie di difficoltà, tra cui la mancanza di un quadro normativo che faciliti l’attività di ricerca e l’assenza degli elenchi dei medici ricercatori in medicina generale non presente in tutte le ASL, come previsto dalla legge». Lo Studio sembra altresì dimostrare come l’intervento del Medico di Medicina Generale sia particolarmente efficace nella prevenzione delle conseguenze legate all’invecchiamento della popolazione e agli effetti negativi delle condizioni di cronicità e complessità dei pazienti reali.

Dopo aver toccato 15 città in 30 giorni di viaggio, il Tour #AdessoBasta arriva in Sardegna al Congresso della FIMMG

Dopo aver toccato 15 città in 30 giorni di viaggio, il Tour #AdessoBasta arriva in Sardegna al Congresso della

FIMMG

Silvestro Scotti: “I nostri assistiti, meglio le nostre comunità, chiedono garanzie al Governo sul futuro del proprio medico di famiglia”

Villasimius, 4 ottobre 2019 – Arriva in Sardegna, da lunedì a venerdì prossimi, al Congresso Nazionale della Federazione Italiana Medici Medicina Generale, il Camper del tour #AdessoBasta. Dopo aver ascoltato i reali bisogni sanitari e sociosanitari della popolazione e degli amministratori locali del nord Italia, la FIMMG tira le somme per poter avanzare al Governo del Paese le richieste dei loro pazienti e delle loro comunità di assistenza. “Termina alla fine del nostro Congresso Nazionale, la prima fase del Tour #AdessoBasta, con l’ennesima dimostrazione di quanto la figura del medico di famiglia, sia importante, meglio determinante, per la salute dei nostri assistiti. La loro partecipazione nelle piazze ci ha fatto toccare
con mano quanto si sia creato un rapporto di fiducia indissolubile tra medico e paziente. La popolazione italiana vuole sia garantita una continuità di cura: per questo è indispensabile sviluppare e migliorare l’organizzazione dell’assistenza sul territorio. Perché ciò avvenga è però necessario che chi governa investa nella medicina di famiglia con azioni nello specifico, non basta il cambiamento del nostro contratto di lavoro ci vogliono interventi sulla finanziaria che usino finanziandola fuori dal FSN la capacità di sviluppo di una medicina di famiglia che possa investire su se stessa considerando il singolo medico come un impresa a esclusivo interesse pubblico e sociale, liberando capacità professionali di assistenza di prossimità grazie a personale e innovazione tecnologica che permettano di poter gestire al meglio le esigenze della nostra gente”, queste le parole del Segretario nazionale FIMMG, Silvestro Scotti “Proprio per questo con il Tour abbiamo voluto toccare i Comuni più piccoli perché è qui che si amplifica la percezione del bisogno di un’offerta negli studi di nuove tecnologie, come di figure di supporto come collaboratore di studio, l’infermiere o l’assistente sociale. La percezione che in comunità piccole quasi elementari si possano sviluppare migliori modelli di offerta assistenziale è la base perché questi modelli possano essere considerati anche come base per soluzioni anche di aree più complesse sul piano urbanistico, perché in fondo che cosa è una metropoli o una città se non un insieme di comunità di quartiere o addirittura di condomini. Sarebbe fondamentale poter eseguire nei nostri studi, gli esami di diagnostica di I livello come l’elettrocardiogramma o la spirometria o un holter cardiaco o pressorio e ottenere anche pareri o consulenze di second opinion specialistica attraverso la telemedicina. Questo aumento della capacità diagnostica del primo livello di cura anche con processi di integrazione telematica con gli specialisti non può però bloccare il medico alla fase diagnostica rispetto al diritto professionale di offrire la migliore terapia al proprio paziente, quindi “adesso basta” a farmaci, ormai più che consolidati altro che innovativi, bloccati dal piano terapeutico specialistico che costringe i pazienti a rivolgersi ad un secondo livello più burocratico amministrativo che assistenziale che umilia professionalmente sia noi che gli stessi specialisti, aumentando liste d’attesa e ineguaglianza nell’accesso alle cure. Il Tour #AdessoBasta nei prossimi mesi continuerà il suo percorso nel Centro e nel Sud con altre numerose piazze italiane, di fatto accompagnando con il nostro rumors di fondo le scelte della politica nazionale su Patto per la Salute e sulla Legge Finanziaria”. Conclude Scotti

Giovani e salute, buone le relazioni sociali ma difettano nei comportamenti ‘salutari’

Giovani e salute, buone le relazioni sociali ma difettano nei comportamenti ‘salutari’

di Redazione

Roma. 8 Ottobre 2019 – Una fotografia dei comportamenti degli adolescenti italiani scattata dall’Istituto superiore di sanità (ISS) mostra che hanno un’alta percezione della loro qualità di vita, anche se le loro abitudini non sono poi così corrette. Dal 20 al 30 per cento degli studenti tra 11 e 15 anni, infatti, non fa la prima colazione nei giorni di scuola, solo un terzo dei ragazzi consuma frutta e verdura almeno una volta al giorno e meno del 10 per cento svolge almeno un’ora quotidiana di attività motoria, come raccomandato dall’Oms, mentre un quarto di loro supera le due ore al giorno (il massimo raccomandato) davanti ad uno schermo. La fotografia a tutto tondo dei comportamenti degli adolescenti è stata scattata dalla rilevazione 2018 del Sistema di Sorveglianza HBSC Italia (Health Behaviour in School-aged Children – Comportamenti collegati alla salute dei ragazzi in età scolare), promosso dal Ministero della Salute/CCM (Centro per il Controllo e la prevenzione delle Malattie), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità insieme alle Università di Torino, Padova e Siena e svolto in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, le Regioni e le Aziende Sanitarie Locali.

L’indagine mostra oltretutto che aumentano i fenomeni estremi quali il binge drinking e la preferenza, soprattutto tra le ragazze, di trascorrere tempo online con gli amici piuttosto che incontrarsi. Di contro, l’Italia risulta essere tra i paesi meno interessati dal fenomeno del bullismo. Gli studenti, per di più, si sentono supportati da amici e compagni di classe e hanno un buon rapporto con gli insegnanti. Ma vediamo nel dettaglio alcuni dei risultati dell’indagine.

Alimentazione e stato ponderale. Sulla base di quanto auto-dichiarato da 58.976 ragazzi i dati 2018 evidenziano che il 16,6 per cento dei ragazzi 11-15 anni è in sovrappeso e il 3,2 per cento obeso; l’eccesso ponderale diminuisce lievemente con l’età, è maggiore nei maschi e nelle Regioni del Sud. Rispetto alla precedente rilevazione effettuata nel 2014 tali valori sono tendenzialmente stabili. Tra i comportamenti alimentari scorretti, l’HBSC ha evidenziato nel 2018 l’abitudine frequente a non consumare la colazione nei giorni di scuola, con prevalenze che vanno dal 20,7 per cento a 11 anni, al 26,4 per cento a 13 anni e al 30,6 per cento a 15 anni; tale percentuale è maggiore nelle ragazze in tutte le fasce d’età considerate. Questa abitudine, rispetto al 2014, ha subìto un lieve peggioramento. Solo un terzo dei ragazzi consuma frutta e verdura almeno una volta al giorno (lontano dalle raccomandazioni) con valori migliori nelle ragazze. Rispetto al 2014 aumenta il consumo, almeno una volta al giorno, di verdura ma diminuisce quello di frutta in tutte le fasce d’età e per entrambi i generi. Pane, pasta e riso sono gli alimenti più consumati in assoluto (1 ragazzo su 2). Le bibite zuccherate/gassate sono consumate maggiormente dagli undicenni e dai maschi (le consumano almeno una volta al giorno: il 14,3 per cento degli undicenni; il 13,7 per cento dei tredicenni; il 12,6 per cento dei quindicenni). Il trend è però in discesa, già dal 2014, per tutte le fasce d’età e senza differenza di genere.

Attività fisica e sedentarietà. L’OMS raccomanda almeno 60 minuti di attività motoria moderata-intensa tutti i giorni per i giovani (5-17 anni) includendo il gioco, lo sport, i trasporti, la ricreazione e l’educazione fisica praticate nel contesto delle attività familiari, di scuola e comunità. Nel 2018, la frequenza raccomandata di attività motoria moderata-intensa quotidiana è rispettata dal solo 9,5 per cento dei ragazzi 11-15 anni, diminuisce con l’età (11 anni: 11,9 per cento; 13 anni: 6,5 per cento; 15 anni: 6,8 per cento) ed è maggiore nei maschi; tale comportamento risulta in diminuzione rispetto al 2014. Le linee guida internazionali raccomandano di non superare due ore al giorno in attività dedicate a guardare uno schermo (videogiochi/computer/internet). Dai dati 2018 si evince che circa un quarto dei ragazzi supera questo limite, con un andamento simile per entrambi i generi e valori in aumento dopo gli 11 anni. Rispetto al 2014 non si riscontra un cambiamento sostanziale.

Fumo, alcol, cannabis e gioco d’azzardo. La quota totale (11-15 anni) dei non fumatori negli ultimi 30 giorni si mantiene stabile: 89 per cento nel 2018 rispetto al 88 per cento del 2014. Le 15enni italiane fumano di più rispetto ai coetanei maschi; infatti il 32 per cento delle ragazze rispetto al 25 per cento dei ragazzi ha fumato almeno un giorno nell’ultimo mese. Il 16 per cento dei 15enni italiani (e il 12 per cento delle 15enni) ha fatto uso di cannabis nel corso degli ultimi 30 giorni. Aumentano i fenomeni estremi legati al consumo di alcolici tra i giovani. Nel 2018, il 43 per cento dei 15enni (38 per cento nel 2014) e il 37 per cento delle 15enni (30 per cento nel 2014) ha fatto ricorso al binge drinking (assunzione di 5 o più bicchieri di bevande alcoliche, in un’unica occasione) negli ultimi 12 mesi. Più di 4 studenti su 10 hanno avuto qualche esperienza di gioco d’azzardo nella vita, con i ragazzi 15enni che risultano esserne coinvolti maggiormente (62 per cento) rispetto alle coetanee (23 per cento). La quota di studenti a rischio di sviluppare una condotta problematica o che possono già essere definiti problematici (presentano almeno due sintomi del disturbo da gioco d’azzardo come per esempio aver rubato soldi per scommettere) è pari al 16 per cento, con un +10 per cento rispetto al 2014.

Il rapporto tra pari, il contesto scolastico, il bullismo e il cyberbullismo. L’HBSC indaga anche alcuni aspetti del contesto di vita familiare e scolastico, come ad esempio il rapporto con i genitori, con i compagni di classe, gli insegnanti, i pari, il bullismo e il cyberbullismo. Nel 2018 più del 70 per cento dei ragazzi (11-15 anni) parla molto facilmente con i genitori; più dell’80 per cento dichiara di avere amici con cui condividere gioie e dispiaceri e più del 70 per cento di poter parlare con loro dei propri problemi. Infine, oltre il 60% dei ragazzi ritiene i propri compagni di classe gentili e disponibili. Un ragazzo su 2 dichiara che gli insegnanti sono interessati a loro come persone e il 62,4 per cento dei ragazzi dichiara di avere fiducia negli insegnanti. Il bullismo continua a vedere l’Italia tra i paesi meno interessati dal fenomeno rispetto al complesso di quelli coinvolti nella rilevazione. Gli atti di bullismo subìti a scuola nel corso degli ultimi due mesi decrescono con l’età: coloro che dichiarano di essere stati vittima di bullismo almeno una volta negli ultimi 2 mesi sono il 16,9 per cento degli undicenni (erano il 23 per cento nel 2014), il 13,7 per cento dei tredicenni e l’8,9 per cento dei quindicenni. Rispetto al 2014 tale fenomeno è quindi complessivamente in riduzione. La percentuale di coloro che dichiarano di aver subìto azioni di cyberbullismo negli ultimi due mesi diminuisce con l’età (11 anni: 10,1 per cento; 13 anni: 8,5 per cento e 15 anni: 7 per cento).

L’uso problematico dei social media. La diffusione e l’uso dei social media, soprattutto tra i più giovani, richiede un’attenzione particolare; per tale motivo nei questionari HBSC 2018 è stata introdotta un’intera sezione su questo fenomeno. I risultati mostrano che i giovani che fanno uso problematico dei social media sono l’11,8 per cento delle ragazze e il 7,8 per cento dei ragazzi. La preferenza per le interazioni sociali online rispetto agli incontri faccia a faccia è frequentemente considerato un comportamento che contribuisce al rischio di sviluppare un uso problematico dei social media. Infatti, soprattutto le ragazze di 13 anni (19 per cento) dichiarano di essere d’accordo o molto d’accordo nel preferire le interazioni online per parlare dei propri sentimenti. La maggioranza delle ragazze (86,9 per cento) e dei ragazzi (77 per cento) ha dichiarato di avere contatti giornalmente o più volte al giorno con la cerchia di amici stretti che frequentano anche faccia a faccia.

Le abitudini sessuali. Il 21,8 per cento dei 15enni (26,2 per cento maschi vs 17,6 per cento femmine) dichiara di aver avuto rapporti sessuali completi. Il tipo di contraccettivo prevalentemente utilizzato è il preservativo (70,9 per cento dei maschi e il 66,3 per cento delle femmine), seguito dal coito interrotto (37 per cento maschi vs 54,5 per cento femmine), dalla pillola (11,1 per cento maschi vs 11,5 per cento femmine) e poco meno del 6,5 per cento riferisce l’uso di metodi naturali.

Cibo e salute, italiani sempre più attenti “E l’obesità si previene in pausa-pranzo”

Cibo e salute, italiani sempre più attenti E l’obesità si previene in pausa-pranzo”

di Redazione

Torino. 8 Ottobre 2019 – Osservare un regime alimentare legato alla dieta mediterranea aiuta a tenere alla larga sovrappeso e obesità. Gli italiani ne sono sempre più consapevoli, tanto che il 55 per cento sostiene di conoscerla in maniera dettagliata e di seguirne i principi. Ma la vera novità arriva dalle rinnovate abitudini legate alla pausa pranzo: secondo una ricerca dell’Istituto Ixè in collaborazione con il Gruppo Elior, leader in Italia nella ristorazione collettiva, che ha intervistato, per la prima volta, i responsabili di 10 milioni di pasti all’anno, l’85 per cento dei clienti dei ristoranti aziendali ritiene che sposare la dieta mediterranea in pausa pranzo abbia effetti benefici sulla salute; in particolare il 35% ritiene che la stessa dieta possa combattere una malattia come l’obesità. Salute e benessere dell’organismo sono due temi che sempre più italiani hanno a cuore e pretendono soprattutto dalla ristorazione collettiva: il 53 per cento infatti ritiene che la dieta mediterranea abbia effetti positivi sul sistema cardiocircolatorio e cardiovascolare, il 46 per cento sulla longevità, il 37 per cento sulla capacità di controllo del peso e il 31 per cento sulla riduzione dell’incidenza di tumori.

Per questo la ristorazione collettiva pone l’attenzione su uno degli elementi cardine della stessa dieta, ovvero la varietà dei menù, apprezzata dai clienti e grazie alla quale è possibile rilevare un consistente aumento dei consumi di prodotti più sani e leggeri: cresce infatti la richiesta di cereali, legumi e pesce, il 79 per cento degli chef Elior rileva la crescita dei primi due e il 62 per cento per il terzo, mentre cala, a detta del 35 per cento degli chef la carne e per l’82 per cento il burro. Tra gli elementi garanti della salubrità di una pietanza rientrano pienamente le materie prime 100 per cento italiane, di cui si fida il 69 per cento degli italiani, spesso coniugate alla territorialità e alla stagionalità (L’85 per cento degli chef intervistati offre infatti pietanze con ingredienti di stagione e avvalorati dall’80 per cento dei clienti). Dall’analisi degli Chef Ambassador Elior si scopre anche che i consumatori del Bel Paese sono sempre più consapevoli dell’importanza per esempio dell’olio extravergine d’oliva: l’82 per cento, infatti, presta grande attenzione al tipo di olio da utilizzare per condire gli alimenti.

A tutti piace mangiare cose buone, ma sempre più italiani hanno capito che la salute passa per il piatto – afferma Margherita Sartorio Co Founder e CEO Istituto Ixè – Al ristorante, occasionalmente, si può derogare da questa regola, ma nella ristorazione collettiva, così come a casa, la salubrità della cucina è importante e allo stesso tempo assume una notevole importanza anche la leggerezza del piatto. L’importanza della qualità delle materie prime è ormai riconosciuta, ma è fondamentale un altro ingrediente del pasto: il clima che si respira nel locale, l’ambiente, l’accoglienza e la qualità del servizio”. Per promuovere la dieta mediterranea, la ristorazione organizzata – lo sostiene il 68 per cento dei cuochi Elior – deve impegnarsi in prima linea per diffondere l’educazione alimentare all’interno di ogni tipo di struttura, di lavoro, scolastica o sanitaria, abbinata a una continua diversificazione dei menù optando maggiormente per prodotti di origine vegetale.

Oggi non è più possibile pensare di modificare le abitudini alimentari solo attraverso un trattamento individuale, ma è necessario attivare azioni di comunità per migliorare l’alimentazione. Per questo la dieta mediterranea si propone come uno strumento efficace per la prevenzione e la gestione di numerose malattie – sottolinea Maria Luisa Amerio, specialista in Scienza dell’Alimentazione e collaboratrice dell’Università di Scienza Gastronomiche di Pollenzo – Una scelta necessaria che porterà benefici sia legati al benessere del singolo, prevenendo alcune patologie croniche come diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari, sia alla collettività, con una maggiore sostenibilità della spesa sanitaria”. Per Elior promuovere i piatti della dieta mediterranea all’interno della ristorazione collettiva rappresenta una scelta responsabile e una partecipazione attiva alla diffusione della cultura del buon cibo e della sana alimentazione. “La dieta mediterranea è un caposaldo dell’alimentazione italiana, è richiesta e amata dai nostri consumatori e si conferma alla base della nostra politica nutrizionale – spiega Rosario Ambrosino Amministratore Delegato di Elior – I nostri menù sono realizzati sugli standard della dieta mediterranea, rispettando la tradizione ma in modo innovativo; in più sono legati al territorio, mantenendo inalterata la qualità delle materie prime e garantendo salubrità e leggerezza. Tutto questo è ciò che promuove la nuova ristorazione collettiva, una responsabilità che sentiamo profondamente nostra”.

Stop al super-ticket in Emilia Romagna:”siamo gli unici in Italia ad averlo fatto”

Stop al super-ticket in Emilia Romagna:siamo gli unici in Italia ad averlo fatto”

di Redazione

Bologna. 8 Ottobre 2019 – Ogni Regione deve domandarsi se sta facendo a sufficienza il proprio mestiere per evitare sprechi e per efficientare le proprie capacità. Per quanto ci riguarda crediamo di averlo fatto sul serio. Con la centrale unica degli acquisti per beni e servizi nelle nostre 14 aziende sanitarie abbiamo risparmiato 680 milioni di euro negli ultimi quattro anni. Questi risparmi ci hanno permesso di avere le risorse per essere gli unici in Italia ad aver eliminato i superticket per le famiglie dell’Emilia-Romagna con un reddito fino a 100 euro, ma soprattutto abbiamo assunto oltre 10 mila professionisti negli ultimi 3 anni, tutti con contratti a tempo indeterminato”. Lo ha dichiarato il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini a margine del 121° Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia (Sic) a Bologna.

Di fronte al presidente della Sic Paolo De Paolis e i presidenti del Congresso Elio Giovine e Franceso Minni, Bonaccini ha toccato anche lo spinoso tema dei giovani in chirurgia: “C’è la necessità di garantire l’immissione di forze fresche laddove la chirurgia chiede di avere dei professionisti di qualità. Come Regioni abbiamo presentato una proposta al Governo italiano per incrementare il numero di professionisti nel comparto sanità. I vari governi che si sono succeduti nel corso degli anni hanno colpevolmente trascurato il fatto che, impedendo di assumere per un decennio, hanno di fatto quasi bruciato un’intera generazione. Abbiamo bisogno di evitare che le migliaia di pensionamenti rischino di lasciare vacanti posti di lavoro indispensabili per garantire la qualità del Ssn”. Sulle preoccupazioni relative all’innovazione tecnologica Bonaccini precisa: “Non bisogna aver paura delle nuove tecnologie, bisogna saperle accompagnare con politiche che ad ogni posto di lavoro che si perderà ne garantiscano qualcuno in più. L’obiettivo è la piena occupazione”.