Ok all’emendamento che proroga la stabilizzazione dei precari del comparto sanitario

Ok all’emendamento che proroga la stabilizzazione dei precari del comparto sanitario

di Redazione

Roma 10 Dicembre 2019 – L’emendamento alla manovra economica a favore dei precari della sanità proposto dal ministro della Salute Roberto Speranza e depositato in commissione Bilancio al Senato prevede una proroga delle normative per la stabilizzazione dei precari del comparto sanità (personale medico, tecnico-professionale e infermieristico, dirigenziale e non del Servizio sanitario nazionale) fino al 31 dicembre 2022. ”Battersi contro la precarietà del lavoro è sempre giusto. Lo è ancora di più se si parla di persone che ogni giorno si prendono cura di noi”. Lo scrive su Facebook il Ministro della Salute, Roberto Speranza. “Su mia proposta – prosegue il ministro – è stato appena depositato un emendamento che, estendendo i termini della legge Madia per il comparto sanità, consentirà a moltissimi lavoratori di uscire finalmente dalla precarietà. È una scelta giusta che migliorerà la qualità delle loro vite e renderà il Servizio Sanitario Nazionale più forte, a vantaggio di tutti noi”, aggiunge Speranza. Il tutto, si legge nel testo dell’emendamento, “allo scopo di fronteggiare la grave carenza di personale e superare il precariato, nonché per garantire la continuità nell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza”. E’ previsto inoltre lo scorrimento delle graduatorie per l’assunzione anche di idonei non vincitori. Per superare il precariato si include anche chi ha maturato i 3 anni di anzianità fino al 30 giugno del 2019.

4 italiani su 10 non seguono correttamente le indicazioni per l’assunzione dei farmaci

4 italiani su 10 non seguono correttamente le indicazioni per l’assunzione dei farmaci

di Redazione

Roma. 10 Dicembre 2019 – Nasce da un’indagine sul campo l’iniziativa che vede uniti farmacisti e medici nel guidare il paziente affetto da malattie dell’apparato cardiocircolatorio – spesso anziano e politrattato – per ottenere il massimo dalle terapie. In Italia, infatti, siamo sempre più anziani e, anche a causa di uno stile di vita sedentario e di abitudini alimentari ‘disordinate’, una fetta abbastanza consistente della popolazione si trova a dover gestire vita natural durante una tra le tante patologie del sistema cardiovascolare, responsabili del 44 per cento di tutti i decessi nel nostro paese. Oggi fortunatamente la ricerca farmacologica ha trovato terapie efficaci, che consentono una vita lunga e piena… ma che fatica seguire le prescrizioni mediche! Emerge infatti da un’indagine svolta fra ottobre e novembre su 3.131 cittadini lombardi che solo 6 pazienti su 10 seguono correttamente le terapie fondamentali per lo scompenso cardiaco e per la fibrillazione atriale: due delle malattie cardiovascolari più insidiose per la salute del cuore. Si aggiunge poi un altro elemento di complicazione per i poveri pazienti: spesso una malattia causa l’insorgenza di altre complicazioni, quindi molti over 75 sono politrattati per diverse patologie concomitanti, e finiscono ad assumere da 3 a più di 5 farmaci al giorno.

L’indagine è stata condotta nell’ambito dell’iniziativa ‘Prendila a cuore’, il progetto congiunto di Associazione Lombarda fra titolari di farmacia e Fondazione Muralti, con la partnership scientifica del centro cardiologico Monzino e con il contributo incondizionato di Daiichi Sankyo. L’analisi dei dati è stata realizzata dalla professoressa Marina L.G. Alimento, aiuto referente UO scompenso, Cardiologia Clinica e Riabilitativa, Centro Cardiologico Monzino e dalla dottoressa Irene Mattavelli, data manager Unità Scompenso, Centro Cardiologico Monzino. Il campione è costituito da pazienti in cura con i farmaci definiti nuovi anticoagulanti orali (Noac) a seguito di una diagnosi di scompenso cardiaco, di fibrillazione atriale o di entrambe le patologie. Questi pazienti sono stati invitati dai propri farmacisti di fiducia – nelle farmacie aderenti all’iniziativa delle province di Milano, Lodi e Monza Brianza – a rispondere a un questionario volto proprio ad approfondire eventuali difficoltà nella gestione quotidiana della terapia anticoagulante, e quindi valutarne l’effettiva aderenza terapeutica.

Partnership Ge Healthcare e Affidea per imaging, digital solution e mezzi di contrasto

Partnership Ge Healthcare e Affidea per imaging, digital solution e mezzi di contrasto

di redazione

Milano. 10 Dicembre 2019 – General Electric Healthcare e Affidea, società europea leader nella diagnostica per immagini avanzata, nei servizi ambulatoriali e nella cura del cancro, hanno firmato un accordo pluriennale per l’installazione di tecnologie di imaging e soluzioni digitali nelle strutture Affidea. Nel dettaglio, GE Healthcare installerà oltre 200 nuove apparecchiature nella rete di centri Affidea in tutta Europa: l’accordo prevede la fornitura di 60 nuove risonanze magnetiche, 50 ecografi, 40 scanner TC e 30 sistemi radiografici nei prossimi 3 anni, oltre a un contratto di assistenza della durata di sei. Inoltre, Affidea amplia la sua collaborazione con GE Healthcare nella diagnostica farmaceutica in tutti i suoi Paesi, includendo un nuovo mezzo di contrasto di GE Healthcare utilizzato negli esami MRI.

Con questo accordo di collaborazione, Affidea e GE Healthcare mirano a completare l’attivazione di una funzionalità di interconnessione e network della dotazione strumentale di imaging diagnostico del gruppo europeo, basata sui dati, al fine di consentire la collaborazione tra i clinici, potenziare la sub-specializzazione e supportare la dirigenza per un miglioramento significativo delle decisioni operative, in tempo reale. Utilizzando la piattaforma di intelligence di GE Healthcare, Affidea implementerà hub di post-elaborazione di dati basati su PACS (Picture Archiving and Communication System) con le più recenti tecnologie e con capacità di analisi delle prestazioni, integrate con informazioni relative all’imaging diagnostico. GE Healthcare e Affidea combineranno inoltre le rispettive competenze in materia di formazione clinica e sviluppo della leadership nell’utilizzo di tecnologie digitali, per accelerare l’adozione delle migliori pratiche. In qualità di innovatori in prima linea nei campi della diagnostica e delle tecnologie digitali, sia GE Healthcare che Affidea si impegnano a continuare a sviluppare insieme soluzioni di workflow diagnostico, volte a supportare un’assistenza sanitaria basata sul valore e a promuovere la medicina di precisione lungo tutto il percorso assistenziale.

“Nell’era dell’assistenza sanitaria basata sui dati, il potenziale per avere un impatto positivo sull’esperienza dei pazienti e dei medici è impressionante – ha affermato Giuseppe Recchi, CEO di Affidea – Il nostro obiettivo è quello di supportare i medici e i nostri team operativi in modo da offrire dei benefici ai pazienti, utilizzando l’analisi dei dati come un nuovo modo di organizzare le cure e di migliorare la loro esperienza. Siamo molto felici di poter collaborare con GE Healthcare su questo importante progetto che accelererà l’offerta di servizi sanitari di precisione, basati sui dati”. “In qualità di società leader nella fornitura di dispositivi intelligenti per diagnostica e monitoraggio, siamo entusiasti di collaborare con Affidea per permettere un più ampio accesso alle ultime tecnologie di imaging e di Sanità digitale negli ospedali europei”, ha aggiunto Catherine Estrampes, presidente e CEO di GE Healthcare Europa.

Ipoglicemie Severe – Diabete Italia Onlus

Ipoglicemie Severe – Diabete Italia Onlus

Diabete Italia, che riunisce Associazioni Nazionali di Volontariato delle persone con diabete e Società Scientifiche che operano nella diabetologia, si è fatta promotrice di un incontro tra clinici, associazioni di pazienti e rappresentanti delle istituzioni per discutere delle “ipoglicemie severe” che rappresentano la complicanza acuta piú frequente e grave nel diabete di tipo 1 e nel tipo 2 insulino-trattato che si è tenuto oggi 9 dicembre a Bologna.

Stime parlano del 16% di persone insulino-trattate che fanno un accesso al pronto soccorso ogni anno per ipoglicemia.

I costi diretti per un episodio di ipoglicemia severa va da 1500,00 a 3000,00 euro. 

Questi costi non tengono conto dei costi indiretti (ore di lavoro, scuola perse, etc ) e del costo personale.

Hanno aperto i lavori la dott.ssa Kyriakoula Petropulacos (Direttore generale Emilia Romagna) e la dott.ssa Paola Pisanti (Consulente presso il Ministero della Salute per le Malattie Croniche)

Si è trattato di una consensus conference nella quale si sono confrontati i clinici (Paolo di Bartolo AMD, Marcello Baraldi SIMEU, Giulio Marchesini Reggiani SID, Gerardo Medea SIMG e Giuliana La Penna AMD), passando poi la parola alle Associazioni di persone con diabete (Giorgio Cesari AGDI, Marcello Grussu ANIAD, Stefano Nervo Diabete FORUM). 

Sono intervenuti inoltre Francesca Ulivi, giornalista e Daniela D’Onofrio di Portale Diabete. 

Il dibattito si è allargato ai rappresentanti delle Federazioni Regionali delle Associazioni di Volontariato.

Obiettivo del progetto é quello di aumentare la consapevolezza di quale sia l’impatto delle ipoglicemie severe nella vita del paziente e portarlo all’attenzione di clinici e istituzioni.

Ci si propone di elaborare per la prima volta un documento “sociale” che, con il supporto dei clinici, esplori i bisogni delle persone con diabete per il problema ipoglicemie e suggerisca le strategie per superare gli ostacoli e ridurre il costo economico ed umano delle ipoglicemie. 

 

 

 

Osservatorio Nazionale delle Buone Pratiche sulla sicurezza nella sanità

Osservatorio Nazionale delle Buone Pratiche sulla sicurezza nella sanità

di Redazione

Roma. 4 Dicembre 2019 – Alla fine del secondo anno si registra un aumento significativo dei controlli in Sanità, dai farmaci alle sale operatorie. E secondo Francesco Bevere, direttore generale di AGENAS e coordinatore dell’Osservatorio “continua a migliorare il sistema delle verifiche” È infatti triplicato anche il numero delle reazioni avverse ai farmaci segnalate come errore terapeutico, passando da 311 nel 2017 a 790 nel 2018 giunte all’AIFA. Cresce la diffusione dei sistemi di incident reporting: attualmente in 18 Regioni il 100 per cento delle aziende pubbliche lo implementa. E ancora migliora la codifica delle Schede di dimissioni ospedaliere (Sdo) per monitorare l’applicazione della check list di sala operatoria: nel 2017 nel 27 per cento delle SDO il campo non era compilato, nel 2018 soltanto il 14,5 per cento delle SDO.

“Chiude con un bilancio fortemente positivo il secondo anno di attività dell’Osservatorio Nazionale delle Buone Pratiche sulla sicurezza nella sanità, con risultati che registrano una grande e crescente partecipazione delle Regioni, abbinata al crescente miglioramento del livello di sicurezza delle cure”, conferma Francesco Bevere, al termine dell’ultima seduta plenaria. Grande attenzione durante la seduta è stata dedicata ai sistemi di monitoraggio e di segnalazione che registrano l’adesione di quasi tutte le Regioni ed un notevole incremento delle strutture che hanno partecipato ai monitoraggi. Basti pensare che nel 2018 sono state 20 le Regioni che hanno aderito al monitoraggio dell’implementazione delle raccomandazioni del Ministero della Salute per la prevenzione degli eventi sentinella contro le 9 del 2017.

“È stato un anno di grande lavoro e di grande partecipazione dei Componenti dell’Osservatorio, che desidero ringraziare tutti, uno per uno: Ministero della Salute, ISS, AIFA, Regioni, Ordini professionali ed Esperti designati dal Ministro della Salute – conclude Bevere – e sono certo che dall’attività svolta emergeranno proposte concrete e innovative, in grado di superare le criticità rilevate nel corso dei lavori”. “L’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità sta dimostrando di essere la casa dove la leale collaborazione tra Stato e Regioni anche su questi temi assume concretezza, garantendo ai cittadini cure sempre più sicure. Ma c’è un ambito ancora poco esplorato su cui Agenas dovrebbe, attraverso l’Osservatorio, investire. Sono un chirurgo e conosco il valore dei corsi di addestramento e l’importanza delle tecniche di simulazione nei settori assistenziali di alta complessità clinico-organizzativa per innalzare il livello di sicurezza e abilità professionale degli operatori sanitari. Il futuro ci impone sfide sempre più impegnative e l’Osservatorio può fungere da apripista”, ha dichiarato il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri, a margine della seduta. 

Azione: Calenda affida a Walter Ricciardi il programma delle 10 azioni per la sanità

Azione: Calenda affida a Walter Ricciardi il programma delle 10 azioni per la sanità

di Redazione

Roma. 4 Dicembre 2019 – Due punti prioritari per la terapia d’urto studiata per la sanità da Azione: un finanziamento di 13,5 miliardi in 5 anni e un piano straordinario di assunzioni e stabilizzazioni per il personale. Non solo: tra le 10 azioni del programma per la sanità che Carlo Calenda ha affidato a Walter Ricciardi, oltre al personale, un piano di riammodernamento tecnologico e logistico, la revisione dei Lea, un Piano per la formazione alla leadership e al management ed un investimento pressoché triplicato in ricerca. Il progetto è stato appena presentato a Roma al Teatro Eliseo, presenti Calenda, Richetti e l’ex presidente dell’Istituto superiore di Sanità Walter Ricciardi, il quale ha sottolineato che si tratta di “10 azioni urgenti, non derogabili, per salvare il Servizio sanitario nazionale. Azioni che devono rappresentare una priorità per qualsiasi governo. Non possiamo permetterci il lusso di perdere il Ssn, principale motore, non solo di equità, ma anche di sviluppo economico e sociale”. Eccoli:

1. 13 miliardi in più nei prossimi 5 anni al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) È necessario aumentare in misura adeguata, e non simbolica, i finanziamenti pubblici per soddisfare i bisogni e le domande insoddisfatte di una popolazione sempre più vecchia. Questo incremento di risorse, adeguatamente gestito, potrà migliorare i risultati sanitari e ridurre il rischio di impoverimento delle famiglie aumentando la produttività dell’intero Paese. L’incremento degli investimenti e un uso efficiente delle risorse potranno contribuire a migliorare la qualità della vita dei cittadini e dei pazienti, riducendo l’onere per i familiari, sempre più oberati dal carico assistenziale dei propri cari.

2. Piano straordinario di assunzione per il personale sanitario, migliori condizioni di lavoro, salari competitivi e più contratti per gli specializzandi, Il SSN ha perso 40.000 dipendenti per pensionamento o emigrazione dal 2010. Il personale sanitario è invecchiato, l’età media supera i 50 anni e l’imminente pensionamento di massa non riuscirà a garantire i livelli di assistenza raggiunti negli ultimi 40 anni. Attualmente mancano all’appello 1.706 medici di medicina generale; si registrano poi -66 pediatri di libera scelta e sono 339 i medici di guardia medica in meno. Si prevede che nei prossimi 10 anni mancheranno 22.000 medici di medicina generale (33.000 in pensione e solo 11.000 nuovi assunti), nonché 47.284 medici del SSN, per pensionamento. Attualmente mancano 53.000 infermieri. Il rapporto con i medici invece di essere di uno a tre come indicato a livello internazionale, crolla a volte fino a sfiorare la parità (1:1), non garantendo un adeguato impegno assistenziale.

3. Definire in modo trasparente le prestazioni garantite a tutti i cittadini, indipendentemente dalla residenza geografica e dal livello socio-economico Scriviamo una nuova pagina del SSN, in grado di preservare gli importanti risultati fino ad oggi ottenuti, messi in pericolo da mancati investimenti e da una gestione non idonea delle risorse. Bisogna guardare al futuro rafforzando si lo spirito universalistico, ma con azioni e politiche finalizzate a ridurre le enormi differenze presenti tra le diverse Regioni, che stanno peraltro aumentando. Sono stati raggiunti gli obiettivi di contenimento della spesa e sono stati recuperati gli ingenti disavanzi finanziari, sacrificando però spesso la qualità e la quantità dei prestazioni erogate e riducendo l’accesso ai servizi. Gli obiettivi di riqualificazione del Servizio Sanitario Nazionale non sono stati raggiunti. L’erogazione dei livelli essenziali di assistenza si presenta con differenze significative non solo tra Nord e Sud, ma anche all’interno delle stesse regioni e in un contesto in cui la medicina offre soluzioni sempre più efficaci e innovative queste prestazioni sono sempre meno esigibili dai cittadini.

4. Maggiore trasparenza e valutazione delle competenze di gestione e attivazione di un Piano per la Formazione alla Leadership e al Management Il successo di un’organizzazione complessa, quale una struttura sanitaria, si raggiunge attraverso la coesione e il lavoro interconnesso di più persone. Non c’è una scelta giusta senza un processo decisionale di successo. La leadership ha lo scopo di far convergere in maniera mirata le competenze di ciascun operatore, conciliando gli obiettivi individuali con il perseguimento del bene comune. Per questo è necessario scegliere i dirigenti in funzione delle loro capacità ed esperienze ed a tal fine è necessario gestire l’Albo Nazionale dei Direttori Generali con maggiore trasparenza e valutazione delle competenze e non solo attraverso un “burocratico” esame dei titoli. Sarà inoltre necessario varare un piano coordinato di formazione manageriale anche per i dirigenti intermedi e di linea perché in un Servizio Sanitario Nazionale pubblico non è sufficiente che le competenze manageriali siano solo al vertice, ma devono essere diffuse in tutte le articolazioni organizzative.

5. Creare un’Agenzia Nazionale per l’Health Technology Assessment (HTA = Valutazione delle Tecnologie Sanitarie) e sviluppare un ecosistema regionale e locale di Health Technology Assessment (HTA) È essenziale, in presenza di risorse limitate, effettuare un’analisi preliminare degli investimenti e dei disinvestimenti, per non sprecare risorse necessarie a garantire servizi essenziali. Per misurare il reale impatto della proposta di inserimento o di dismissione di nuove tecnologie (farmaci, dispositivi medici, attrezzature, procedure organizzative, ecc.) nel SSN è necessario utilizzare metodologie di Health Technology Assessment (HTA) in modo coordinato a livello nazionale, valutando preventivamente la sicurezza, i benefici, i costi, gli aspetti organizzativi e quelli etici delle tecnologie. La nostra proposta intende colmare il gap che vede l’Italia come l’unico tra i Paesi sviluppati a non avere un’Agenzia Nazionale per la Valutazione delle Tecnologie. Questa attivazione deve essere seguita ed integrata dalla creazione di un ecosistema di HTA sia a livello regionale che locale.

6. Piano straordinario di ammodernamento strutturale e tecnologico per le strutture sanitarie Non più strutture fatiscenti e pericolose. Il Ministero della Salute insieme alle Regioni ha effettuato una ricognizione sullo stato del patrimonio immobiliare e tecnologico evidenziando la necessità di un intervento immediato e interventi infrastrutturali per un importo complessivo pari a 32 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti circa 1,5 miliardi di euro necessari per un adeguato ammodernamento tecnologico delle attrezzature a disposizione dei servizi sanitari regionali. A questo scopo è necessario non solo incrementare le risorse a disposizione dell’edilizia sanitaria come sancito già all’art. 20 della legge n. 67/1988, ma utilizzarle rapidamente e in modo efficace e trasparente.

7. Rafforzamento dei medici di medicina generale e riduzione delle liste di attesa attraverso un corretto rapporto tra Stato e Regioni. Il mutato contesto socio-epidemiologico, con il costante incremento di situazioni di fragilità sanitaria e sociale, impone una riorganizzazione dell’assistenza territoriale che promuova attività di prevenzione e promozione della salute e di garanzia della continuità delle cure. Sono necessari: particolare attenzione ai percorsi di presa in carico dei pazienti con malattie croniche, in stretta correlazione con il Piano delle liste di attesa, un forte impulso dell’assistenza domiciliare, un investimento sull’assistenza residenziale e domiciliare per i soggetti non autosufficienti e sull’assistenza odontoiatrica pubblica. Vanno inoltre rivisti i rapporti tra Stato e Regioni, riconoscendo allo Stato la possibilità di intervenire nel caso in cui le Regioni siano impossibilitate o non capaci di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza ai propri cittadini.

8. Incentivare la digitalizzazione per un Servizio Sanitario Nazionale più rapido e più efficiente L’innovazione ha già trasformato la società e trasformerà sempre di più anche la sanità. Parliamo di digitalizzazione, sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), internet delle cose (IoT), intelligenza artificiale (AI) e realtà aumentata, nanotecnologie e macchine moderne come robotica, droni e stampa 3D. È possibile pensare alla digitalizzazione come un eccellente strumento per garantire un’assistenza sanitaria equa ed efficace solo se questo processo viene gestito in modo coordinato ed efficiente. Esso potrebbe supportare la conoscenza della popolazione e lo studio della distribuzione dei determinanti sociali di salute, l’impegno e il potenziamento delle persone e delle comunità, la presa in carico della popolazione in un approccio che duri tutta la vita, la ricerca scientifica, la fornitura di assistenza sanitaria di alta qualità e basata sull’evidenza.

9. Più prevenzione delle malattie, più promozione della Salute Rilanciare il Piano Nazionale per la prevenzione integrandolo con un Piano Nazionale per la promozione della salute. Significa conoscere la propria popolazione, analizzandone il contesto e i bisogni. Considerare i determinanti sociali di salute come: genetica, comportamenti a rischio individuali, ambiente fisico, accesso alle cure, condizioni socio-economiche e politiche della popolazione e l’interconnessione tra loro in modo dettagliato. Prendere in carico la popolazione, sia quella sana con un approccio di prevenzione delle malattie, sia le persone colpite da malattia evitando il peggioramento delle condizioni di salute. Ciò può essere raggiunto promuovendo stili di vita sani e interventi trasversali politici e socioeconomici che intervengano in anticipo, evitando o riducendo i costi umani e sanitari. Prendere in carico la popolazione significa anche tenere conto delle caratteristiche specifiche di essa, dell’individuo e dei fattori determinanti nella erogazione di cure efficaci, identificando e sviluppando strategie centrate sui singoli pazienti, tali da garantire l’efficacia e la continuità delle cure.

10. Investire il 3% del fondo sanitario nazionale in ricerca: più conoscenza, più futuro E’ necessario riaffermare il principio che l’attività di ricerca costituisce parte integrante e fondamentale del Servizio Sanitario Nazionale, in particolare per le malattie con grande rilevanza sociale e rare. Bisogna definire le priorità della Ricerca sanitaria e l’attuazione di un Piano Operativo Salute nell’ambito della Strategia Nazionale di specializzazione intelligente. La ricerca sanitaria deve essere uno dei motori di sviluppo del Paese e di stimolo al miglioramento della qualità delle strutture di ricovero e cura, in particolare degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS).

Favo: i pazienti con neoplasia ematologica “faranno rete” per una risposta più incisiva

Favo: i pazienti con neoplasia ematologica faranno rete” per una risposta più incisiva

di Redazione

Roma. 4 Dicembre 2019- Le associazioni pazienti con tumori del sangue riunite per creare il primo network nazionale: F.A.V.O. neoplasie ematologiche. Una nuova ed importante realtà associativa che vuole rispondere ai bisogni delle persone che hanno ricevuto e riceveranno una diagnosi di neoplasia ematologica. In occasione della presentazione del nuovo Gruppo di lavoro nato all’interno della storica Federazione di Associazioni Pazienti di Volontariato in Oncologia (F.A.V.O.) sono stati presentati i risultati del sondaggio “Le voci contano” condotto su 850 pazienti, che hanno messo in evidenza importanti lacune informative riferite dai malati in merito alla malattia, al percorso di cura e alle conseguenze causate da un tumore del sangue sulla qualità di vita. Un dato significativo che emerge e fa riflettere riguarda la percezione del ruolo delle Associazioni Pazienti: due terzi degli intervistati (65 per cento) non erano a conoscenza della loro esistenza al momento della diagnosi, e poco meno della metà (41 per cento) è stato invitato a contattarle, perlopiù da altri pazienti. Per contro, circa l’80 per cento di chi vi si è rivolto ha trovato molto utile il supporto ricevuto.

Si tratta di un network finalizzato a costituire una voce unica e più forte nel dialogo con le istituzioni spiegaDavide Petruzzelli, Coordinatore F.A.V.O. Neoplasie Ematologiche e Presidente di La Lampada di Aladino Onlus – Gli obiettivi sono molteplici, perché complessa è la realtà delle malattie oncologiche viste dagli occhi del paziente, e tanti ancora gli unmet needs delle persone affette da neoplasie ematologiche e dei loro familiari/caregivers”. Circa ai dati emersi dall’indagine, spiega che “indicano la capacità delle Associazioni Pazienti di rispondere in modo efficace a svariate esigenze – sottolinea Petruzzelli – ma al tempo stesso la necessità di dare maggiore visibilità di queste organizzazioni che da tempo ormai si pongono come interlocutori del processo di cura insieme agli altri stakeholder”.

La nascita di F.A.V.O. Neoplasie Ematologiche si inserisce in un contesto epidemiologico caratterizzato da una crescita costante dell’incidenza delle malattie onco-ematologiche: negli ultimi 13 anni, infatti, le diagnosi di Linfoma Non Hodgkin sono aumentate del 45 per cento e quelle delle leucemie del 26 per cento. Ma a fronte di un’aumentata incidenza, derivante da fattori demografici quali l’aumento della popolazione e l’allungamento della vita media, oggi la sopravvivenza a cinque anni per tutte le forme di leucemia si aggira intorno al 43 per cento negli adulti, arriva al 50 per cento nel mieloma e raggiunge per il Linfoma di Hodgkin il 75 per cento, grazie soprattutto alla ricerca e a terapie innovative che hanno radicalmente modificato la storia clinica di queste malattie. “Oggi in Italia vivono circa 900.000 persone guarite dal cancro, e questo è un dato nuovo ed estremamente importante poiché impone alle Associazioni Pazienti un nuovo obiettivo: lavorare coese per eliminare le barriere che ostacolano il ritorno alla vita normale – dichiara Francesco De Lorenzo, Presidente F.A.V.O. – Dato che oggi grazie alla ricerca si può guarire, una diagnosi in giovane età non può costituire un ostacolo insormontabile all’inclusione sociale e lavorativa e, di conseguenza, alla piena realizzazione della propria vita”.

Al contrario, il sondaggio evidenzia che in circa la metà dei pazienti la malattia ha causato problemi nella sfera lavorativa propria e dei familiari, mentre più del 30 per cento ha incontrato difficoltà nell’accesso al credito e ai prodotti assicurativi. Sono queste autentiche discriminazioni che inaspriscono ulteriormente la già difficile condizione dei pazienti e ancor di più quella degli ex-pazienti e che necessitano di urgenti decisioni politiche. Uno stigma che accompagna i pazienti per tutta la vita e che contrasta con il senso della parola “guarigione” che inizia a frequentare il mondo dei tumori.

Molte le carenze informative lamentate dai pazienti: infatti solo il 35% degli intervistati aveva sentito parlare della sua patologia prima della diagnosi, e prevalentemente attraverso la televisione e la radio o da parenti e amici, mentre più di due terzi degli intervistati (73 per cento) non sa cosa sia un campione biologico, uno strumento fondamentale per una diagnosi corretta e per la ricerca di nuovi trattamenti, nel momento in cui il paziente decide di affidarlo ad una biobanca. “Quando questo accade, il paziente ha diritto non solo ad una informazione accurata, ma anche a dare un consenso informato alla ricerca, diverso e molto più dettagliato di quello che si firma per l’accesso alle cure – spiega Elena Bravo, Senior Researcher dell’Istituto Superiore di Sanità – Un paziente informato, consapevole delle potenzialità del proprio campione, oltre a vigilare su un uso corretto del proprio materiale biologico, può fornire un contributo essenziale nella definizione dei principi di gestione etici, sociali e scientifici”.

Altro rilevante deficit informativo emerso dal sondaggio riguarda il Consenso Informato. L’80 per cento degli intervistati dichiara di aver firmato un Consenso Informato, ma solo il 66 per cento ritiene di aver ricevuto un’informazione chiara e completa sulle cure. “Il Consenso Informato non è un atto istantaneo – specifica Francesco Angrilli, responsabile centro diagnosi e terapia linfomi dell’Ospedale Civile Spirito Santo, Pescara – bensì è una vera e propria procedura nell’ambito della quale il paziente deve essere anche messo nelle condizioni di porre domande e ricevere risposte dal medico, del tempo necessario, se lo ritiene, per discutere della proposta con i propri familiari, medici e/o persone di fiducia, prima di comunicare la propria decisione”. Troppo spesso invece l’adesione si limita a una firma su un documento non compreso appieno e sottoscritto in un momento di grande fragilità emotiva.

In merito infine al supporto psicologico, più della metà dei pazienti intervistati (64 per cento) ha dichiarato di non avere ricevuto alcuna proposta di assistenza specialistica: tutti coloro che, al contrario, hanno usufruito di uno psicologo attraverso i servizi offerti dalle Associazioni Pazienti, ne hanno tratto grandi benefici, a livello personale e di nucleo familiare.Un’informazione negata o poco esaustiva si traduce in minori opportunità di opzioni di cura, come l’accesso a studi clinici sperimentali: meno del 20 per cento vi ha partecipato e solo l’11 per cento ha ricevuto spiegazioni di cosa si trattasse: il fatto che la stragrande maggioranza non abbia risposto alla domanda è chiaro segno di una mancanza di condivisione tra medici e pazienti delle informazioni sulle opzioni terapeutiche.I percorsi terapeutici oggi si snodano attraverso tempi sempre meno trascorsi nelle strutture ospedaliere e sempre più sul territorio e i pazienti, diversamente da un tempo, a volte riescono a condurre una vita vicina alla normalità, prevalentemente vissuta lontano dal proprio specialista di riferimento: per questo il ruolo del MMG è determinante.

Al fine di evitare ulteriori disagi al paziente, già provato dal carico della malattia» – sottolinea infatti Paolo Spriano, Vice Presidente Snamid – è auspicabile che si migliori la comunicazione tra specialista ematologo e MMG e tra queste due figure mediche e il paziente, creando quella triangolazione necessaria a trasferire in modo corretto le informazioni che riguardano l’evoluzione della patologia e della cura. In uno scenario di crescita di consapevolezza sul ruolo della comunicazione tra medico e paziente, le Associazioni, grazie anche al loro capitale di speranza e di esperienza, possono svolgere un ruolo di grande supporto”. Far sentire i pazienti utili e considerati attraverso una riabilitazione della persona, non solo nella funzione lesa, ma anche psicologica, sociale, lavorativa è un diritto che le Associazioni Pazienti possono e devono difendere e far rispettare: questo l’impegno e la promessa che guiderà le attività future di F.A.V.O. neoplasie ematologiche, nata per fungere da ponte tra i pazienti, clinici e istituzioni.

Il Consiglio dei ministri approva il nuovo contratto nazionale: + 190 euro al mese

Il Consiglio dei ministri approva il nuovo contratto nazionale: + 190 euro al mese

 

Roma. 25 Novembre 2019 – Il nuovo contratto collettivo nazionale per il triennio 2016-2018 dell’Area sanità approvato dal Consiglio dei ministri riguarda circa 130 mila dirigenti medici, veterinari, sanitari e delle professioni sanitarie la ratifica del. Esso «adegua gli istituti del rapporto di lavoro dopo una vacanza contrattuale che durava da circa dieci anni (l’ultimo Ccnl riguardava il biennio 2008-2009)» e «riconosce incrementi retributivi a regime del 3,48%, corrispondenti ad un beneficio medio complessivo di circa 190 euro/mese, che valorizza anche la quota di retribuzione erogata a livello locale per la remunerazione delle condizioni di lavoro, dei risultati raggiunti e degli incarichi dirigenziali». Lo fa sapere il Dipartimento funzione pubblica in una nota in cui riferisce la soddisfazione dal titolare di Palazzo Vidoni, Fabiana Dadone.

Il contratto «riformula le relazioni sindacali prevedendo adeguate forme di partecipazione sindacale ed attualizza, in armonia con le nuove norme di legge, le disposizioni concernenti la responsabilità disciplinare». Inoltre, il ccnl, approvato su proposta del ministro Dadone e del ministro della Salute, Roberto Speranza, «amplia importanti tutele già previste per il personale del comparto (da quelle concernenti le gravi patologie che necessitano di terapie salvavita, a quelle in favore delle donne vittime di violenza, alle ferie e riposi solidali per i dirigenti che debbono assistere figli minori bisognosi di cure)», prosegue la nota. «Viene riconosciuta e salvaguardata la specialità della dirigenza del Ssn, valorizzandone la carriera e prevedendo un accurato sistema di valutazione» si legge ancora nella nota del Dipartimento Funzione pubblica. Nell’ambito economico infine, si sottolinea, «è stata operata una rivalutazione degli stipendi tabellari a regime di 125 euro mese per tredici mensilità a cui si aggiungono gli ulteriori incrementi che hanno interessato la parte accessoria del salario, con una particolare attenzione agli istituti retributivi più direttamente correlati alla erogazione dei servizi (guardie mediche e retribuzione di risultato)», conclude il Dfp.

 

Sanità italiana tra le prime 10 per qualità Al 9° posto dopo Nord Europa e Australia

Sanità italiana tra le prime 10 per qualità Al 9° posto dopo Nord Europa e Australia

Roma. 25 Novembre 2019 – La ‘certificazione’ che arriva dalla prima analisi a livello nazionale ‘Global Burden of Disease (GBD) Study’, pubblicata sulla rivista ‘The Lancet Public Health’ e coordinata dall’IRCCS Materno-Infantile Burlo Garofolo di Trieste parla chiaro: il Servizio sanitario nazionale italiano è nono al mondo per qualità, dopo Islanda, Norvegia, Olanda, Lussemburgo, Australia, Finlandia, Svizzera e Svezia. “Ne emerge un quadro globalmente positivo – afferma Lorenzo Monasta, primo autore del lavoro – pur con alcune criticità”. Tra le criticità, l’invecchiamento rapido della popolazione, spiega Monasta, “è spiegato col fatto che in Italia abbiamo uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo (1,3%) e contemporaneamente una tra le più alte speranze di vita (che ci colloca all’8/0 posto nel mondo per aspettativa di vita alla nascita, 85,3 anni per le donne, 80,8 per gli uomini nel 2017)”.

 

Questo scenario sta cambiando il panorama epidemiologico delle malattie, aumentando il carico delle patologie croniche tipiche dell’invecchiamento, dai problemi di vista e udito all’Alzheimer e altre demenze: “basti pensare – dice all’ANSA – che gli anni di vita con disabilità legati ad Alzheimer e altre demenze sono aumentati del 78% dal 1990 al 2017 e i decessi per Alzheimer più che raddoppiati (+118%). L’altro aspetto significativo – aggiunge Monasta – è che dal 1990 ad oggi è aumentata gradualmente la spesa privata del cittadino per la salute, di pari passo a una riduzione del finanziamento pubblico alla salute, riduzione che, quindi, non è frutto di una aumentata efficienza del servizio sanitario”. In particolare, rileva l’esperto, dal 2010 al 2015 il finanziamento statale in rapporto al PIL è sceso dal 7% al 6,7%, mentre nello stesso arco di tempo la spesa privata per la salute è passata aumentato dall’1,8% al 2%. Inoltre, dal 1995 la spesa complessiva per la salute in rapporto al PIL è aumentata dell’1,15%, aumento assorbito, però, non dal finanziamento pubblico, ma da quello privato.

 

Società Italiana di diabetologia e Cineca: dal rapporto ARNO una foto d’Italia in 3D

Società Italiana di diabetologia e Cineca: dal rapporto ARNO una foto d’Italia in 3D

 

Roma. 25 Novembre 2019 – Arriva il rapporto sullo stato del diabete nella penisola, costruito a partire da dati provenienti da tre diverse fonti di informazione: farmaci, dispositivi diagnostico-terapeutici, prestazioni sanitarie erogati dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN) alle persone con diabete in Italia.  L’analisi di questa grande mole di dati consente di ricostruire una vera e propria fotografia tridimensionale del diabete in Italia. Una preziosissima fonte di informazione per i decisori amministrativi e politici, per i medici, le associazioni pazienti e per tutti quanti abbiano a che fare col mondo del diabete. Il Rapporto ARNO diabete, giunto quest’anno alla quinta edizione, è frutto di una collaborazione tra la Società Italiana di Diabetologia e il CINECA. Il Rapporto è stato coordinato dal professor Enzo Bonora per la Società Italiana di Diabetologia e dalla dottoressa Elisa Rossi per il Cineca. La ‘corsa’ del diabete sta forse rallentando, “tuttavia questo non può diventare un invito ad abbassare la guardia – sottolinea il professor Francesco Purrello, presidente della Società Italiana di Diabetologia – perché il diabete resta una patologia complessa e pericolosa, per le tante complicanze alle quali può portare. Perché sono comunque 4 milioni gli italiani con diabete diagnosticato e probabilmente un altro milione che non ha ancora scoperto di esserlo. Perché l’obesità, che è uno dei principali fattori di rischio per il diabete di tipo 2, continua a far paura con le sue cifre in particolare tra i giovani e i giovanissimi, soprattutto al Centro-Sud. Perché insomma c’è ancora davvero tanto ancora da fare ma bisogna trovare i canali e le suggestioni giuste per far capire al pubblico che la prevenzione è un alleato della salute e del benessere. Non un cilicio da indossare di mala voglia giorno dopo giorno”.

Quante sono le persone con diabete in Italia. Dopo anni di crescita, sembra sia stata raggiunta una certa ‘stabilità’ (ma non una flessione).  Su 11 milioni di cittadini inclusi nell’analisi relativa ai dati 2018 (riguardante cioè poco meno di 1 italiano su 5 dei 60 milioni di residenti nel nostro Paese), 700 mila sono quelli con diabete.  Lo studio di questi pazienti effettuato da tre angolazioni diverse (farmaceutica, esenzioni ticket e diagnosi riportate sulle schede di dimissione ospedaliera) consente di stimare la prevalenza del diabete in Italia al 6,2 per cento, simile dunque a quella registrata da circa 5 anni a questa parte, dunque sostanzialmente stabile. “Il fenomeno diabete – commenta il professor Enzo Bonora, ordinario di Endocrinologia, Università di Verona e responsabile del Rapporto ARNO per la Società Italiana di Diabetologia – sembra dunque aver raggiunto una stabilizzazione, dopo la crescita continua degli anni ‘90 e della prima decade del millennio”. Estrapolando questa stima all’intero Paese (nel 2018 i residenti in Italia erano 60,5 milioni), il numero degli italiani con diabete sarebbe dunque pari a circa 3.750.000. “Tuttavia – spiega il professor Bonora – questo numero non tiene conto di quanti tra i diabetici non assumono farmaci erogati dal SSN, non hanno l’esenzione dal ticket (a richiederla incredibilmente è solo il 70 per cento dei soggetti con diabete), di quelli mai ricoverati nel 2018 o di quelli ricoverati ma per i quali, in scheda di dimissione, i medici non hanno riportato la diagnosi ‘diabete’ (che è quanto succede nel 50% dei ricoverati con diabete) . “Al netto di tutte queste considerazioni dunque – prosegue Bonora – la stima delle persone con diabete diagnosticato in Italia sale ben al di sopra di 4 milioni. E resta ovviamente incerto il numero dei diabetici non diagnosticati che, secondo stime desunte dai dati epidemiologici osservazionali potrebbe essere di almeno un altro milione”.

Patologia che interessa gli anziani, ma un terzo è in piena età lavorativa. Circa il 67 per cento dei diabetici italiani ha un’età pari o superiore ai 65 anni e un paziente su 5 ha un’età pari o superiore a 80 anni; solo l’1 per cento ha meno di 20 anni. Circa il 32 per cento dei soggetti si colloca tuttavia in una fascia d’età lavorativa (20-64 anni). La prevalenza del diabete fra i 20 e i 49 anni è maggiore tra le donne, mentre fra i 50 e gli 80 anni è superiore tra gli uomini. La prevalenza complessiva è maggiore nei maschi. Questi dati confermano che il diabete colpisce prevalentemente gli anziani; ma, su scala nazionale, circa 1 milione di persone con diabete si trova nel pieno dell’età lavorativa.

Diabete in Italia: ma quanto mi costi? La valutazione dei flussi amministrativi fornisce informazioni sulla spesa per l’assistenza diabetologica “che tuttavia – commenta Bonora – risulta sottostimata perché più che a costi ‘veri’ fa riferimento a ‘tariffe standard’. La spesa, desunta dai flussi amministrativi, ammonta a circa 2.800 euro per paziente (il doppio che per i non diabetici). Estrapolando questo dato alla popolazione italiana con diabete, la spesa complessiva annuale a carico del SSN supera i 10 miliardi di euro. Una spesa virtuale, come detto, perché fa riferimento a tariffe (prezzi) più che costi effettivi. La composizione della spesa è da riferire per metà al costo dei ricoveri, per il 16 per cento alla specialistica, per il 31 per cento ai farmaci non per il diabete, per il 9 per cento ai farmaci anti-diabete, per il 4 per cento ai dispositivi (aghi per penne o siringhe, lancette pungidito e strisce per la misurazione della glicemia), mentre solo l’1 per cento è imputabile alle visite diabetologiche. In generale, il 90 per cento dei costi è attribuibile a complicanze e comorbilità, mentre solo il 10 per cento è assorbito dalla gestione del problema metabolico.

Le persone con diabete assumono un numero di farmaci doppio rispetto alla popolazione generale e l’83 per cento di loro effettua almeno una prestazione specialistica (visita, esami di laboratorio o strumentali, trattamento ambulatoriale) l’anno. Inoltre una persona con diabete su 6 viene ricoverata almeno una volta l’anno. Le persone con diabete vengono ricoverate il doppio rispetto ai non diabetici e la loro permanenza in ospedale durante un ricovero è in media di 1,5 giorni più lunga degli altri. Gran parte delle persone con diabete presenta complicanze e comorbidità (che sono in realtà vere e proprie complicanze della malattia), come testimoniato dal maggior numero di farmaci assunti, dal maggiore numero di esami di laboratorio e strumentali, di visite specialistiche e di ricoveri ospedalieri rispetto ai non diabetici.

Con quali farmaci si curano le persone con diabete in Italia. Il 96 per cento delle persone con diabete assume un farmaco anti-diabete o per altre patologie; in generale, le persone con diabete assumono un numero di farmaci doppio rispetto alla popolazione generale. Il 26 per cento dei pazienti assume insulina (da sola o in associazione ad altri farmaci); il 44 per cento della spesa farmaceutica per gli anti-diabete è assorbito dagli analoghi dell’insulina. Fra i farmaci usati per la terapia del diabete, si registra un incremento dei principi attivi più nuovi (sono in terapia con inibitori di DDP4 il 14 per cento delle persone con diabete, con gli analoghi di GLP-1 dal 5 per cento e con gli inibitori di SGLT2 un altro 5 per cento dei pazienti) ma con percentuali di utilizzo ancora molto al di sotto di quanto raccomandato dalle linee guida; solo una persona con diabete su 4 nel nostro Paese è in trattamento con i farmaci arrivati negli ultimi dieci anni. La spesa per queste nuove molecole ammonta tuttavia al 35 per cento del totale. Il farmaco più usato per il trattamento del diabete resta la metformina (la assume l’80 per cento dei soggetti); una persona con diabete su 5 continua ad assumere sulfaniluree e il 9 per cento repaglinide. “Anche alla luce delle ultime linee guida di trattamento – sottolinea il professor Bonora –  il fatto che il 31 per cento dei pazienti sia ancora in trattamento con sulfaniluree o con repaglinide, merita un’attenta riflessione, nell’ambito della quale va ricordato che i nuovi farmaci possono ancora essere prescritti solo dagli specialisti”.

I farmaci anti-diabete più prescritti. L’insulina glargine è la più prescritta fra gli analoghi basali dell’insulina, l’insulina lispro fra gli analoghi rapidi. Gliclazide è la sulfonilurea più prescritta, sitagliptin è il più usato tra gli inibitori DPP-4, empagliflozin il più prescritto fra gli inibitori di SGLT-2 e dulaglutide tra gli agonisti del recettore GLP-1 (analoghi GLP-1). Le combinazioni fisse di glibenclamide, pioglitazone, inibitori DPP-4 e inibitori SGLT-2 con metformina sono generalmente più prescritte delle rispettive monoterapie.

Ma le persone con diabete si controllano in maniera adeguata? La maggior parte delle persone con diabete nel corso dell’anno riceve più prestazioni specialistiche e con frequenze maggiore dei non diabetici. Preoccupa tuttavia il fatto che il 24 per cento delle persone con diabete (cioè un diabetico su 4) non faccia nel corso dell’anno nemmeno un esame del sangue per valutare parametri di laboratorio essenziali nel monitoraggio della malattia e che il 31 per cento (dunque quasi 1 su 3) non effettui alcuna visita specialistica. In particolare, l’emoglobina glicata (HbA1c), che dovrebbe essere misurata in tutti i diabetici almeno due volte l’anno, risulta prescritta almeno una volta nell’anno solo nel 63 per cento dei pazienti; anche il dosaggio del colesterolo e della creatinina sono stati eseguiti solo nel 61 per cento e nel 63 per cento dei soggetti rispettivamente. Prescrizioni inferiori a quanto raccomandato nelle linee guida si sono osservate anche per visita oculistica e microalbuminuria. E le cose non vanno meglio sul versante dell’automonitoraggio della glicemia, che viene effettuato solo da una persona con diabete su due, quando invece a farlo dovrebbero essere tutti (anche se con una frequenza di controlli giornalieri diversa a seconda del quadro clinico e delle terapie effettuate).

Donne e diabete: tanto lavoro ancora da fare. Le donne con diabete ricevono meno assistenza degli uomini; alle donne vengono prescritti meno farmaci e meno dispositivi rispetto agli uomini, fanno meno esami e meno visite specialistiche. I dati sulle gravidanze evidenziano inoltre quanto sia frequente il diabete gestazionale fra le donne di altra etnia o provenienti da altri paesi che vivono in Italia.